“Elì Elì lama sabactani!”, Queste parole, che tradotte corrispondono
alla ben nota invocazione del Cristo morente: “Dio mio, Dio mio, perché
mi hai abbandonato?” sono tratte dal meno noto salmo 22 e si riferiscono
esattamente ai primi due versetti del medesimo. Il particolare assume
un significato realmente importante, se consideriamo che il Messia
sigilla con questa frase l’atto conclusivo della propria missione
terrena. Nel momento in cui si compie l’estremo sacrificio, si rivolge
al Padre nelle ultime parole di un appello che si fa preghiera.
Recitando l’inizio di un salmo.
Forse oggi può sembrare persino paradossale, ma fino a non moltissimi
anni orsono parlare di salmi suscitava spesso inquietanti interrogativi
relativi al termine stesso. Certamente non per quanti potevano disporre
di un pur minimo bagaglio culturale religioso o esoterico, ma per molti
questa antica parola restava (e ancora sovente rimane) avvolta nel
mistero dei vocaboli astrusi.
Ultimamente questa singolare lacuna pare notevolmente ridotta, grazie
anche alla straordinaria diffusione di testi occultistici, conseguenza
diretta della “moda” o “interesse” per il magico e il misterico dilagata
in special modo negli ultimi decenni.
In pratica risulta assai difficile oggi trovare un libro di magia o
scienze occulte – dalle ristampe dei classici alle opere dei moderni e
dei contemporanei – nel quale non vi siano riferimenti diretti o
indiretti all’azione o al significato esoterico dei salmi. E questo
legame ha radici antiche.
L’origine dei salmi rimane ancora oggi in gran parte un enigma,
tuttavia è ormai opinione comune, suffragata da documenti di carattere
storico inoppugnabili, che alla formazione del Salterio abbiano
quantomeno contribuito le culture egizia e assiro-babilonese. G.
Castellino, nell’opera “Le lamentazioni individuali e gli inni in
Babilonia e in Israele” rileva tracce evidenti di influssi di impronta
religiosa mesopotamica in vari salmi, come il 13, il 18, il 21 ed altri.
Dallo studio approfondito di A. Baruq (“L’Expression de la louange
divine et de la prière dans la Bible et en Egypte”), nel quale l’autore
analizza alla luce della letteratura egiziana i salmi biblici, si può
inoltre facilmente giungere alla conclusione che i salmisti israeliti
abbiano attinto ampiamente alla tradizione religiosa e iniziatica
egizia1. A questo proposito, l’illustre storico delle civiltà del
passato W. Durand pone in rilievo la evidente somiglianza tra il
bellissimo Inno al Dio Unico Aton, attribuito al faraone monoteista
Akhenaton e il salmo 104. Infine, può essere utile ricordare le ricerche
svolte in anni più recenti da vari studiosi che hanno stabilito
interessanti parallelismi tra il testo biblico, con particolare
riferimento ai salmi, e il materiale letterario ugaritico, concernente i
salmi, venuto alla luce a Ras Samra (l’antica Ugarit), mentre già nel
1936 H.L. Ginsberg, dall’analisi comparata dei testi, poteva affermare
che il salmo 29 risultava un antico inno cananeo riguardante Baal,
leggermente ritoccato per essere accolto nel culto di Jahvè.
Poter stabilire che la struttura di una parte cospicua dei salmi
risulti sostanzialmente essai più antica del testo che fino agli inizi
del secolo era ritenuto l’unica fonte originale, è da ritenersi
d’importanza fondamentale ai fini di una ricerca organica e di
un’interpretazione esoterica precisa, oltreché oggettiva.
Per quanto riguarda la denominazione “salmo”, risalente allo stesso
Nuovo Testamento, risulta molto interessante osservare la derivazione
dal greco “psaltèrion”, termine utilizzato per indicare lo strumento a
corda – una specie di cetra – che accompagnava solitamente i canti e gli
inni. Il titolo di “Salmi” che assume l’intera raccolta delle 150
composizioni liriche dell’Antico Testamento, proviene appunto
dall’ebraico “Mizmor” (inno o canto che presuppone un sostegno
musicale), mentre nella Bibbia ebraica il salterio veniva indicato con
il termine “Theillim” (inni) o Sepher Theillim (Libro degli Inni o delle
Laudi).
Il testo ufficiale e comune a ogni Antico Testamento comprende 150
salmi, sia nel “Testo Masoretico” (il testo ebraico originario, di
struttura prevalentemente consonantica, la cui interpretazione vocalica è
stata tramandata dapprima oralmente e poi fissata in scritto mediante
un sistema di puntuazione elaborato dalle varie scuole rabbiniche, i
“Masoreti”), sia nelle antiche traduzioni, dette “LXX” (greca) e
“Volgata” (latina), da secoli le più note in Oriente e in Occidente.
L’ordine appare identico per tutti, ma non la numerazione, che
risulta inferiore di un’unità in queste versioni, poiché i salmi 9 e 10
del Testo Masoretico sono uniti in uno solo nei LXX e nella Volgata (la
differenza è in genere indicata tra parentesi). Così dicasi per il 114 e
il 115 (riuniti nel 113), mentre laddove il Testo Masoretico ne riporta
uno (116 e 147) il greco e il latino ne presentano due (114-115 e
146-147).
Il Salterio appare diviso in cinque libri (si presume che tale
divisione sia anteriore al terzo secolo a.C.), forse ad imitazione del
Pentateuco di Mosè, separati da brevi dossologie. Tuttavia già in tempi
precedenti dovettero esistere tre raccolte più ampie, indicate dai
critici come Jahvistiche (due parti) e Elohistica (una), in base al nome
adoperato per designare la divinità (Jahvè o Elohim), risalenti al
periodo precedente il 586 a.C. la prima, e dopo il 539 a.C. la seconda. A
parte alcune discordanze dipendenti dalla versione esaminata,
dell’intera serie dei salmi oltre sessanta vengono attribuiti al re
Davide (73 nel T.M. e 85 nella Volg. – Da notare che a causa del ruolo
dominante e della collocazione iniziale di gran parte dei suoi salmi,
Davide passò nella tradizione giudaica e cristiana come unico autore),
dodici ad Asaf, undici ai figli di Core, due a Salomone, uno a Heman e
uno a Ethan. I rimanenti sono considerati anonimi.
Questa forma canonica del salterio s’impose tuttavia definitivamente
molto tardi e non senza difficoltà (tardo X sec. d.C.). Il Salterio
Copto comprende, infatti, 151 salmi, mentre l’antica versione siriana ne
enumera ben 155. Le scoperte del Mar Morto hanno infine restituito
l’originale ebraico del salmo 151 greco e i due ultimi della raccolta
siriana. Questi particolari, pur senza togliere niente al valore
complessivo dell’intero salterio, farebbero pensare alla possibilità di
raccolte originariamente più complete o comunque ad un numero maggiore
di salmi rispetto a quanto ufficialmente stabilito.
Il rapporto del salmo con il culto e il carattere liturgico
dell’intero salterio appaiono evidenti e storicamente inconfutabili già
nell’interno della tradizione religiosa ebraica. Molti riportano
esplicite indicazioni a feste o riti particolari, altri si riferiscono
alla liturgia del Tempio, o risultano dedicati ai pellegrinaggi, a
particolari ricorrenze o a giorni specifici della settimana.
L’esplicito uso liturgico o l’accostamento a precise cerimonie o
funzioni, fu adottato e ampiamente sviluppato dalla Chiesa cristiana,
non solo nei testi canonici della liturgia, ma anche nelle opere
riservate al culto e alle preghiere individuali o collettive. Vari riti,
orazioni, benedizioni, terminavano o erano integrati dall’uso di salmi
appropriati.
L’esempio migliore di cui disponiamo è costituito con ogni
probabilità dal celebre “Rituale Romanum” del pontefice Paolo V
(1605-1621). In questo interessantissimo testo fondamentale della
rituaria cattolica “in quo, quale Parochis ad administrationem
Sacramentum, Benedictiones et Conjurationes necessaria consentur,
accurate sunt posita”, i salmi assumono un ruolo tuttaltro che marginale
e ricevono la giusta collocazione nel contesto liturgico di primo piano
riservato all’amministrazione di diversi sacramenti, alla visitazione e
cura degli infermi, all’assistenza ai morenti, nell’officio dei
defunti, nelle benedizioni, nelle preghiere e nelle processioni. Una
parte considerevole dell’opera è dedicata alla soluzione dei problemi di
vario ordine, o rivolta a interventi specifici riguardanti i casi di
estrema necessità, mentre un’intera sezione è riservata alla pratica
esorcistica. Il capitolo relativo, “De Exorcizandis Obsessis”, è
ampiamente sostenuto dalla recitazione di sette salmi che costituiscono
l’ossatura del testo esorcistico di base.
Nel tempo, l’accostamento del salterio a speciali preghiere, orazioni
e benedizioni o l’utilizzazione di ogni singolo salmo per finalità di
ordine liturgico e non, si è sviluppato e consolidato contribuendo a
formare una tradizione a se stante, imperniata essenzialmente nella
applicazione delle specifiche virtù dei salmi non più adattati a un
contesto liturgico variamente articolato, bensì considerati come unico
elemento rituario agente autonomamente e dotato di valori e
caratteristiche peculiari. Il passaggio della pratica relativa ai salmi
da un ambito di dominio quasi esclusivamente religioso e liturgico, a un
terreno mistico e “magico”, esteso a un terreno d’azione più vasta, non
priva di aspetti eterodossi (comprendenti finalità di impronta
esoterica) e di componenti profane, è stato graduale e complesso.
La tradizione cristiana, relativa all’uso dei salmi per finalità
trascendenti l’aspetto mistico e cultuale, ebbe un impulso decisivo agli
inizi del secolo, grazie soprattutto all’opera dell’Abate Julio,
arcivescovo della Chiesa Cattolica Francese, il quale riunì ed espose
organicamente in alcuni volumi l’intera raccolta dei salmi,
descrivendone estesamente significati e virtù. Monsignor Julien-Ernest
Houssay (1844-1912), divenuto celebre con il nome di “Abbè Julio”, visse
a stretto contatto con il fertile ed eclettico ambiente occultistico
parigino del primo ’900, lasciando una serie di opere di carattere
magico-religioso estremamente interessanti e la testimonianza di un
elenco innumerevole di guarigioni prodigiose che spinse alcuni biografi a
definirlo “il maestro dei miracoli”. Il suo profilo meriterebbe un
capitolo a parte, solo per evidenziarne il generoso e coerente impegno
dottrinale e l’originale metodo operativo che gli consentiva di
coniugare l’antica tradizione cristiana con gli aspetti più luminosi e
creativi delle dottrine occultistiche, con speciale riferimento alle
possibilità terapeutiche. Ma i punti di merito che in questa sede
desideriamo sottolineare sono essenzialmente due e si imperniano in
primo luogo sulla attenta e meticolosa valorizzazione delle prerogative
occulte dei salmi, alla quale è da attribuirsi gran parte
dell’incremento della rituaria magica ed esoterica basata sui medesimi,
tutt’oggi in pieno sviluppo. Di non minore importanza è da ritenersi
inoltre la capillare azione di ricerca e di recupero dei testi più
antichi e preziosi relativi alle pratiche religiose tradizionali in gran
parte disperse o “dimenticate” in un buon numero di sacramentari,
breviari, rituali, manuali di esorcismi o libri di preghiere e
benedizionali più o meno canonici, apparsi prevalentemente tra il
sedicesimo e il diciottesimo secolo.
Osserviamo per inciso che lo stesso R. Ambelain, noto e apprezzato
esoterista francese, nonché autorevole biografo ed estimatore dell’Ab.
Julio, tiene ad evidenziare questo significativo particolare: “Noi
conosciamo molti sacerdoti e monaci che, non riuscendo più a reperire
testi esorcistici, sono dovuti ricorrere alle opere dell’Abbè Julio”. E
la nota vale ancora ai nostri giorni, anche per l’Italia. Se l’Abate
Julio può essere considerato per molti aspetti il maggior esponente di
una sorta di trait d’union tra due forme d’interpretazione dei salmi, la
mistica o religiosa da una parte e l’occultistica e magica dall’altra,
non dobbiamo dimenticare che parallelamente alla prima corrente si è
sviluppata nel corso del tempo una tradizione esoterica – nascosta o
segreta per ovvi motivi – che ha potuto perpetuare un corpus dottrinale
prezioso quanto antico, comprendente la conoscenza e la “chiave” reale
del valore e del potere dei salmi. Echi di tale conoscenza, filtrati
dalle inevitabili, periodiche profanazioni, rimangono in opere di
carattere cabalistico, magico-cerimoniale ed ermetico. “La Clavicola di
Salomone” ad esempio (testo storico di fondamentale importanza,
riguardante la magia rituale e talismanica, attribuito dalla leggenda al
mitico mago-re), già nelle più antiche versioni greche o ebraiche,
riporta una serie di pentacoli contornati da iscrizioni tratte dai
versetti dei salmi, riferiti alle finalità o all’impronta planetaria
della figura talismanica, o della sua specifica virtù. Vari “Libri del
Comando” (come a esempio alcune versioni del 6° e 7° Libro di Mosè,
numerosi manoscritti di Cabala Divina e Angelica, la Magia Suprema di
David, Il Libro del Potere, l’Enchiridion di papa Leone III) scampati ai
turbini della persecuzione, riportano incantesimi e formule
consacratorie relativi all’uso di pentacoli, figure magiche e strumenti
cerimoniali, in cui si fa esplicito ricorso alla lettura dei salmi. Ma
la tradizione esoterica relativa ai salmi ha mantenuto la propria
vitalità soprattutto all’interno delle maggiori scuole iniziatiche
occidentali, caratterizzandone la rituaria interna.
L’Ordine Marinista e la Chiesa Gnostica, la “Myriam” di Kremmerz,
l’Ordine Eudiaco di Durville, varie filiazioni rosacruciane e una parte
considerevole della Massoneria – per non citare la galassia di gruppi e
formazioni di varia impronta ed estrazione proliferati negli ultimi
decenni – basano gran parte della struttura operativa magico-cerimoniale
individuale e collettiva sul potere occulto dei salmi. Interi fascicoli
concernenti la pratica riservata di organismi ermetici ed esoterici,
sono dedicati a esempio all’applicazione terapeutica, propiziatoria e
protettiva dei salmi, uniti sovente a specifiche “intelligenze”
angeliche. A questo proposito dobbiamo sottolineare che un buon numero
delle opere che trattano di magia angelica legata all’uso dei salmi è
andato purtroppo perduto e tuttoggi è possibile documentarsi unicamente
su rarissimi manoscritti sopravvissuti alla falce del tempo, peraltro
sempre più difficili a reperirsi anche nell’antiquariato specializzato.
Di questo prezioso patrimonio fa parte l’importante e inedito
manoscritto “Cabale Divine” di Lenain, il noto autore
dell’interessantissimo volume “La Science Cabalistique”2 (Amiens, 1823);
si tratta di un’opera di 326 pagine, redatta sulla base di un
precedente manoscritto attribuito a un non meglio identificato
Th.Mar.Revu, comprendente la spiegazione delle virtù magiche di ogni
singolo salmo, l’orazione, il sigillo dell’angelo preposto, e 311
talismani di vari colori. Di pari interesse e valore, conserviamo nei
nostri archivi altri manoscritti, anonimi, tra i quali vogliamo citare
“Cabale Divine; on ce trouve renfermé l’origine des 150 psaumes de David
avec les divines intelligences et les merveilleuses caracteres – a
Paris, 1761”, nel quale, oltre gli specifici attributi del salmi sono
esposti i nomi e le cifre delle corrispondenti entità celesti3, così
come in altre due opere, “Salmi – per le invocazioni secondo i propri
bisogni” e “Scimus te Elim” – Vera Virtù dei Salmi di David Re
d’Israello, estratta dagli antichi Cabalisti, e dalla lingua ebraica
fedelmente tradotta colle intelligenze e caratteri che ad ogni salmo
convengono”, oltre a varie versioni delle più note Clavicole di
Salomone.
In anni più vicini a noi R.Ambelain, con il volume “La Cabbale
Pratique”, ha cercato di ampliare l’opera del Lenain4 integrandone il
testo riguardante le invocazioni angeliche (connesse all’uso dei salmi),
con le cifre delle Intelligenze tratte dal manoscritto “Les Vrais
Talismans Pentacles et Cercles” del tardo XVII secolo, conservato alla
Bibliotheque de l’Arsenal di Parigi5. Ora, se consideriamo che gran
parte di questo materiale proviene da testi o insegnamenti dottrinali
risalenti con tutta probabilità a qualche secolo indietro – come
testimoniano testi di cenacoli ermetici legati alla cultura neoplatonica
del periodo umanistico rinascimentale, la cui struttura rituaria appare
collegata all’uso dei salmi - possiamo formulare un’ipotesi
cronologica sull’origine della pratica magica ed ermetica unita al
salterio, indubbiamente assai lontana nel tempo. Dobbiamo adesso cercare
di comprendere il motivo per cui da secoli il salmo è ritenuto elemento
attivo di primaria importanza nel contesto magico-operativo
tradizionale e componente essenziale di pratiche realizzative
(teurgiche, eoniche, talismaniche e cerimoniali) anche di notevole
livello qualitativo e di alto spessore esoterico. Su questo importante
aspetto possiamo ritenere preziose e illuminanti alcune indicazioni
fornite dal Kremmerz, il quale in merito scrive: “Per invocare
efficacemente vi sono riti e scongiuri, i latini li chiamavano
“carmina”, gli ebrei “salmi”, gli italiani “incanti”. I salmi cosiddetti
davidici sono magici e fanno parte del breviario dei preti, come pure
sono gran parte dei riti di magia operante dell’evo medio. Il religioso
che li brontola, vi dà il senso religioso; l’ermetista che si serve di
qualcuno di questi salmi, vi dà la ‘virtù’ insita all’abitudine rituale
per la quale fu sempre usato”. In questo passo troviamo una “prima
chiave” interpretativa del valore magico dei salmi, riguardante una
legge di fisica occulta tanto elementare nella sua apparenza quanto
complessa e articolata nella sua profonda realtà e nelle innumerevoli
applicazioni.
L’impulso iniziale intelligente fornito a un gesto, a una parola, a
un segno, può essere valorizzato, potenziato e dinamizzato in termini di
energia occulta dall’azione ripetitiva di tale atto iniziale, nella
misura in cui il medesimo assume precisi connotati di esatta
corrispondenza con un valore assoluto, ripropone ed estende in
progressione matematica la propria impronta originale, stabilizza,
moltiplica e accresce nel tempo la carica iniziale (o potenziale di
base), secondo l’ampiezza del periodo di attivazione. In pratica,
recitando un salmo con intenzioni ermetiche, si attinge a un serbatoio
energetico invisibile alimentato da secoli di orazioni e preghiere, che
in varia forma e misura hanno contribuito ad accrescerne valori e virtù
nel tempo. Per questo motivo, secondo un concetto tradizionale, si
ritiene particolarmente valida e attiva la versione latina o ebraica dei
salmi, soprattutto se finalizzati a realizzazioni pratiche (o inseriti
in un contesto operativo), considerata strutturalmente la più adatta
alla applicazione e alla canalizzazione delle corrispondenti energie
sottili e probabilmente la sola in grado di garantirne la continuità del
valore magnetico. Dobbiamo considerare inoltre, e non come aspetto
secondario, l’azione fonetica e il “potere” ritmico, o “musicale”, della
recitazione, che incidono sensibilmente nella dinamica operativa.
Abbiamo infatti già osservato che la fonte etimologica del salmo
coincide con il nome di un caratteristico strumento adoperato per
accompagnarne la recitazione cantata, e in questo preciso particolare
troviamo un’interessante analogia con il termine “incantesimo”, da
“incantatio” che chiaramente induce a riflettere. Ancora oggi ricorriamo
al verbo “salmodiare” per indicare una forma di recitazione
cantilenata, simile al ritmo monotono e cadenzato di una preghiera.
Leggiamo insieme a questo proposito il significativo commento del
Kremmerz: “Il mistero della parola e dei suoni in magia è profondo. Le
vibrazioni che mettono in movimento l’etere nel mondo della materia
sottilissima sono ritmiche per loro natura. La matematica sublime
contiene le chiavi delle serie e dei rapporti tra le vibrazioni generate
dalla volontà e la ripercussione dell’atto volitivo dall’etere sul
mondo sensibile e visibile.
Le parole sono articolazioni di note musicale emesse dalla
bocca, il cui suono viene modulato a volontà. Ogni nota rispondendo a
una sillaba o ad una lettera ha un valore vibratorio sull’etere. Certi
suoni emessi in modo speciale, agiscono potentemente sulla psiche umana,
come la calamita sul ferro. Dunque la parola o il suono ritmico ha
un’azione energica e sensibile sulle cose vive. Queste parole potenti
sono canti e emissioni di articolazioni di volontà. Animate o no da idee
concrete, queste parole sono tanto più potenti quanto hanno di
magnetismo fissatovi dagli altri operatori e per quanto rispondono con
suoni alle idee che si vogliono risvegliare”. Il quadro potrebbe essere
infine ulteriormente e utilmente integrato dall’esposizione del
significato dei segni e delle cifre, o caratteri magici, delle
“Intelligenze” (meglio conosciute come angeli, geni o entità
invisibili), preposte secondo la tradizione esoterica ad ogni singolo
salmo, così come risulta dalle maggiori opere pubblicate sul tema e
dagli antichi manoscritti di “magia divina e angelica” o di cabala
operativa, già citati. Ma questo aspetto, peraltro vastissimo, merita
necessariamente un’analisi a parte, che proporremo prossimamente.
di Pier Luca Pierini R.
Fonte:
Giuliano Kremmerz
Note:
Tratto da ELIXIR n° 10, con il permesso delle Edizioni Rebis.
1 L’ipotesi peraltro mi fu personalmente e ampiamente confermata dal noto studioso Boris de Rachewiltz.
2 La trad. italiana dell’opera è stata pubblicata con il titolo “La Magia Divina” dalle Ed.Rebis.
3 L’annotazione “Liber prohibitus”, apposta sulla prima pagina da
mano diversa rispetto all’autore del manoscritto, la dice lunga sul
giudizio e la considerazione delle quali godeva tale genere di opere in
quel periodo.
4 Il Lenain in realtà non volle di proposito pubblicare anche le
cifre, che consegnava rigorosamente e riservatamente a parte, unicamente
ai propri discepoli
5 Queste cifre sono state riportate anche nella traduzione italiana
“fuori commercio” dell’opera, curata nel 1984 da M.Bottazzi e dal suo
gruppo, e in altri testi, tra i quali il mio “La Magia Astrale degli
Angeli” (nella prima delle tre serie di cifre pubblicate nel libro), per
il quale ho utilizzato tuttavia un altro manoscritto magico del VXII
sec. La loro natura e il loro uso, oggettivamente controversi,
costituiscono ancora oggi motivo di dibattito in alcuni ambienti
esoterici o pseudo tali, parte dei quali vorrebbero attribuirgli aspetti
e risvolti oscuri e pericolosi, o addirittura un’impronta demoniaca,
“come tutti i libri conservati nella Bibliotheque de l’Arsenal”. A parte
il fatto che chi lancia simili drammatiche accuse evidentemente non
conosce né quella gloriosa biblioteca, né, tantomeno, i libri e i
manoscritti, alcuni dei quali vere e proprie opere d’arte, che vi erano
conservati, noi stessi possiamo tranquillamente testimoniare che in
tanti anni di pratica diretta da parte di moltissime persone che hanno
voluto sperimentarne l’efficacia, mai e sottolineo mai, abbiamo
riscontrato un solo caso in cui si fosse verificato alcun genere di
problema o di effetto nefasto, mentre al contrario, si sono rilevati
numerosi episodi con esiti positivi e felici. Può darsi che qualcuno
abbia avuto in passato risultati deludenti o negativi, come non di rado
accade in ambito magico operativo quando i presupposti non sono
corretti, ma occorrerebbe a questo punto domandarsi il perché, ovvero
qual è stata la reale motivazione interiore (la purezza d’intenti
richiesta nei testi di magia angelica ed eonica) che ha spinto
l’operatore a “chiamare” o “evocare” un’entità geniale che corrisponde –
sovente si dimentica – a un angelo. Come i maestri ammoniscono, è
evidente che se si pretende di piegare la volontà di un angelo o genio
ai propri interessi egoistici o volgari, è molto probabile che si
manifesti la controparte sinistra e oscura. E la risposta in questo caso
non può che essere adeguata.