Una affermazione della numerologia avanzata da alcuni praticanti conclude che, dopo osservazioni empiriche e investigazioni, attraverso lo studio dei numeri l'uomo potrà scoprire aspetti segreti di sé stesso e dell'universo.
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venerdì 21 giugno 2013

Giorno di San Giovanni

Il Solstizio d'Estate e la notte del 24 Giugno 

o notte di S. Giovanni


Solstizio: dal lat. solstiti°u(m), comp. di so¯l so¯lis 'sole' e un deriv. di siste°re 'fermarsi' (perché sembra che il sole si fermi e torni indietro) - Dal dizionario Garzanti.
Il sole in questo periodo sembra fermarsi, sorgendo e tramontando sempre nello stesso punto sino al 24 giugno (per quello invernale il 25 Dicembre) quando ricomincia a muoversi sorgendo gradualmente sempre più a sud sull'orizzonte (a nord per quello invernale).
La notte di S. Giovanni, il 24 giugno appunto, rientra nelle celebrazioni solstiziali; il nome associatogli deriva dalla religione Cristiana, perche' secondo il suo calendario liturgico vi si celebra San Giovanni Battista (come il 27 dicembre S. Giovanni Evangelista).
In questa festa, secondo un'antica credenza il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua): da qui i riti e gli usi dei falo' e della rugiada, presenti nella tradizione contadina e popolare. Non a caso gli attributi di S. Giovanni sono il fuoco e l'acqua, con cui battezzava... una comoda associazione, da parte del cristianesimo, per sovrapporsi alle antiche celebrazioni...
Cosi' nel corso del tempo, c'e' stato un mischiarsi di tradizioni antiche, pagane, e ritualita' cristiana, che dettero origine a credenze e riti in uso ancora oggi e ritrovabili perlopiu' nelle aree rurali.
Qui di seguito vi presento una breve panoramica degli usi popolari legati al solstizio.


I Fuochi di S. Giovanni

I falò accesi nei campi la notte di S. Giovanni erano considerati, oltre che propiziatori anche purificatori e l'usanza di accenderli si riscontra in moltissime regioni europee e persino nell'africa del nord.
I contadini si posizionavano principalmente su dossi o in cima alle colline, e accendevano grandi falo' in onore del sole, per propiziarsene la benevolenza e rallentarne idealmente la discesa; spesso con le fiamme di questi falo' venivano incendiate delle ruote di fascine, che venivano fatte precipitare lungo i pendii, accompagnate da grida e canti.
Come gia' detto sopra i falo' avevano pero' anche funzione purificatrice: per questo vi si gettavano dentro cose vecchie, o marce, perche' il fumo che ne scaturiva tenesse lontani spiriti maligni e... streghe :-) (si riteneva che in questa notte le streghe si riunissero e scorrazzassero per le campagne, alla ricerca di erbe...)
In alcuni casi si bruciava, come per l'epifania, un pupazzo, cosi' da bruciare in effige la malasorte e le avversita'.
Inoltre si faceva passare il bestiame tra il fumo dei falo', in modo da togliere le malattie e proteggerlo sia da queste sia da chiunque vi potesse gettare fatture e malie.



Alcuni usi popolari legati ai falo' di S. Giovanni

Sino a un po' di tempo fa era d'uso in veneto allestire dei Fuochi negli incroci.
A Pamplona in Spagna si usa raccogliere erbe aromatiche da bruciare negli incroci per scongiurare le tempeste e i fulmini.
Anche i Berberi che stanno in nord africa hanno dei festeggiamenti in concomitanza del 24 giugno e per questi accendono dei fuochi che facciano fumo denso per propiziare il raccolto dei campi e per guarire (col fumo) chi vi passa in mezzo.
In una localita' della Germania, vi e' un'usanza a cui partecipa tutta la popolazione dei dintorni. Una grossa ruota di infuocata viene fatta rotolare fino a valle, dove passa il fiume: se la ruota arriva accesa nell'acqua il segno e' favorevole; in caso contrario e' cattivo auspicio.
Chi salta il fuoco è sicuro di non dover soffrire il mal di reni per tutto l'anno.
Gettando erbe particolari (come la verbena) nel fuoco del falo' si allontana la malasorte.
La mattina del 24 Giugno le persone girano tre volte intorno alla cenere lasciata dal falo' e se la passano sui capelli o sul corpo, per scacciare i mali.


La raccolta delle erbe

Le erbe raccolte in questa notte hanno un potere particolare, sono in grado di scacciare ogni malattia e tutte le loro caratteristiche e proprieta' sono esaltate e alla massima potenza.
Le erbe più note da raccogliere nella notte del 24 sono: l'iperico detto anche erba di S. Giovanni; l'artemisia chiamata anche assenzio volgare e dedicata a Diana-Artemide; la verbena protettiva anch'essa e il ribes rosso che proteggeva dai malefici.
Oltre a quelle sopra citate erano anche ricercate: Vischio, SambucoAglio, Cipolla, Lavanda, Mentuccia, Biancospino, Corbezzolo, Ruta e Rosmarino.

Con alcune delle piante sopra citate era possibile fare "l’acqua di San Giovanni": si prendevano foglie e fiori di lavanda, iperico, mentuccia, ruta e rosmarino e si mettevano in un bacile colmo d'acqua che si lasciava per tutta la nottata fuori casa.
Alla mattina successiva le donne prendevano quest’acqua e si lavavano per aumentare la bellezza e preservarsi dalle malattie.
Altre erbe, usate nella medesima maniera davano origine ad altri tipi di acqua di s. Giovanni (ci sono delle variazioni tra regione e regione), che servivano comunque sempre contro il malocchio, la malasorte e le malattie, di adulti e bambini.


Altri usi legati alla vegetazione

Alle prime luci del 24 giugno i contadini che possedevano alberi di noce dovevano andare a legare una corda di spighe di orzo ed avena intrecciate ai tronchi dei loro alberi. In questo modo avrebbero poi raccolto frutti buoni e abbondanti.
In alcune localita' si usa fare il nocino, un liquore a base di noci non mature.
Raccogliere e portare con se un mazzetto di erba di s. giovanni aiutava a tenere lontani gli spiriti maligni.
Raccogliere 24 spighe di grano e conservarle gelosamente tutto l'anno serviva come amuleto contro le sventure.
Fare un mazzolino di tre spighe di grano marcio o carbone e buttarlo nel fiume liberava dagli animali e dalle piante nocive il grano che si stava per mietere.


La rugiada

La rugiada della mattina di San Giovanni, ovviamente legata all'elemento acqua, ha il potere di curare, di purificare e di fecondare.
Nel nord europa se una donna desiderava molti figli, doveva stendersi nuda (o rotolarsi) nell’erba bagnata. Cio’ anche se voleva bei capelli e una buona salute. Qui da noi c'era piu' l'abitudine di raccoglierla, che di usarla sul momento.

Se volete raccogliere la rugiada, potete stendere un panno tra l’erba, strizzandolo poi il mattino successivo. Oppure scavare una piccola buca, in cui inserirete un bicchiere o un altro contenitore. Sopra di esso poi metterete un telo impermeabile, fissato ai bordi della buca (in alto) e con un foro al centro proprio sopra l’orlo del bicchiere (sul fondo). La rugiada si depositera’ sul telo e scendera’ nel vostro contenitore.
Un altro sistema e' trascinarsi dietro, passeggiando per i campi, il mattino prestissimo, o un lenzuolo o un batuffolo di cotone legato per una cordicella: in questo modo stioffa e/o cotone si inzupperanno della rugiada che poi potrete raccogliere strizzandoli.


Altri usi legati all'acqua

La prima acqua attinta la mattina del 24 manteneva la vista buona.
Recarsi all'alba sulla riva del mare a bagnarsi preservava dai dolori reumatici.
Una leggenda tramanda che vicino al famoso Noce di Benevento, ci fosse un laghetto o un torrente in cui le donne si bagnavano proprio in questa notte, per aumentare la propria fertilita’.


La divinazione

La notte di s. giovanni e' legata a tantissime forme di divinazione, utilizzando come base acqua e/o piante. Le divinazioni piu' famose vertevano sull'indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale.
Qui di seguito eccone alcune:
Le ragazze da marito, se vogliono conoscere qualcosa sulle loro future nozze, dovranno, la sera della vigilia del 24 giugno, rompere un uovo di gallina bianca e versarne l'albume in un bicchiere o un vaso pieno d'acqua.
Poi lo prenderanno e lo metteranno sulla finestra, lasciandolo esposto tutta la notte alla rugiada di S. Giovanni.
Il mattino successivo, appena levato il sole, si prendera' il bicchiere, e attraverso le forme composte dall'albume nell'acqua, si trarranno auspici sul futuro matrimonio.

Oltre all'uovo poteva venir impiegato il piombo fuso: versato nell’acqua si raffreddava velocemente e dalla forma assunta si traevano previsioni sul mestiere del futuro marito.
Vi e' anche una versione di questo metodo che al posto del piombo prevedeva l'utilizzo dello zolfo.

Qui invece abbiamo una divinazione con forme vegetali: i cardi. Presi due, di grandi dimensioni gli si bruciacchiava la testa, poi si mettevano in un recipiente sul davanzale della finestra, uno con il capo rivolto verso l’interno, l'altro verso l’esterno. Se al mattino uno dei cardi era ritto sullo stelo, la ragazza interessata entro l’anno si sarebbe sposata; se il cardo era quello interno, con uno del proprio paese, se quello verso l'esterno, allora si sarebbe maritata con uno di fuori.
Un altro sistema con i cardi prevedeva di bruciarne la corolla e lasciarla tutta la notte fuori della casa. Al mattino occorreva osservarla attentamente: se appariva di colore rossastro era segno di buona sorte ma se appariva nera era indice di sicura sfortuna.
C'era anche un sistema con le fave. La sera del 23 le giovani nubili dovevano prendere tre fave: una intera, una sbucciata e la terza rotta nella parte sopra, e metterle sotto il cuscino al momento di andare a dormire. Durante la notte dovevano prenderne una a caso: se prendevano quella intera, buona sorte e ricchezza, la mezza poca sorte e quella sbucciata, cattivo auspicio.
Per terminare questa succinta carrellata di usi legati al solstizio e alla notte del 24 giugno (sono veramente molti, diffusi in tutta italia e oltre), segnalo l'usanza di mangiare le lumache per San Giovanni. Il significato di questo gesto e' legato perlopiu' alle corna delle lumache (che oltretutto simboleggiano la luna e il suo ciclo di crescita/decrescita, rappresentato dalle cornine). Per cui, ogni lumaca mangiata, e quindi cornetto, si ritiene che sia scongiurato un malanno... cosi' come il rischio di "corna" in casa.

giovedì 20 giugno 2013

STORIA DEI TAROCCHI 2

La Storia

La storia dei tarocchi, antichissima ed affascinante, ha accompagnato l’evoluzione delle culture plasmandosi a sua volta, compenetrandosi e contaminandosi con esse.
L’origine prima dei tarocchi non è certa, esistono diverse teorie.
Ciò che è certo è che i tarocchi esattamente come li conosciamo oggi sono di origine medievale.
Per secoli i tarocchi si sono quindi conservati quasi immutati e perfettamente attuali.
Secondo alcune teorie, però, i tarocchi affondano le loro radici ancor più nell’antichità.
L’enigma irrisolto della genesi dei tarocchi altro non fa che contribuire all’aura di mistero insita in queste carte.


Principali Teorie sull’Origine dei Tarocchi

Le teorie più accreditate sull’origine dei tarocchi si possono ricondurre principalmente alle seguenti.

XXII secolo a.C. in Egitto

I tarocchi sono diretta derivazione dei geroglifici del Libro di Thoth e rappresentano una sintesi della conoscenza e religione Egizia. I tarocchi sono quindi un alfabeto geroglifico e numerale, riservato in origine ai sommi sacerdoti, che esprime il sapere universale originario, da cui si sono sviluppate le varie culture e religioni.

XI secolo a.C. in Cina

I tarocchi presentano diverse analogie con lo I Ching, libro custode dell’antica saggezza cinese e risalente a più di 3000 anni fa. L’estrazione casuale dei 64 esagrammi dello I Ching è uno strumento tradizionale di divinazione. Il fatto che siano invenzioni cinesi sia le carte da gioco che la carta e la stampa, rende plausibile che sia in Cina che vadano ricercate le primissime origini dei tarocchi.

XV secolo d.C. in Italia

I tarocchi nacquero con tutta probabilità nell’Italia del nord, alla corte di Filippo Maria Visconti – duca di Milano – durante la prima metà del Quattrocento. Lo testimoniano i molteplici ritrovamenti di carte, le numerose citazioni in documenti e registri di corte quattrocenteschi, e l’utilizzo nelle carte del sistema di semi tipicamente italiano: spade, bastoni, coppe, e denari.

lunedì 17 giugno 2013

STORIA DEI TAROCCHI

STORIA DEI TAROCCHI

Secondo Eliphas Lévi, il famoso occultista vissuto nel XIX secolo, i Tarocchi hanno origine dalle carte che riproducevano i theraphim, cioè i simboli ideografici o geroglifici con l'aiuto dei quali i grandi sacerdoti di Gerusalemme interrogavano gli oracoli. A favore di questa tesi c'è il fatto che gli Arcani Maggiori sono 22, come le lettere dell'alfabeto ebraico, mentre l'ipotesi cara a Court de Gébelin nel XVIII secolo, e cioè che risalissero all'antico Egitto, non è stata in nessun modo documentata. Secondo il grande esoterista e studioso di tarocchi Oswald Wirth, è molto probabile che esista un'influenza delle carte ebraiche sui Tarocchi, i quali sono però una creazione originale nata verosimilmente dalla combinazione delle Naibi e delle carte numerali. Le Naibi, carte note in Italia nel secolo XIV, sono 50 immagini, distribuite in 5 serie di 10 carte. Le serie corrispondono alle condizioni della Vita, alle Muse, alle Scienze, alle Virtù e infine ai Pianeti. Le condizioni della vita vanno dalla più umile fino al supremo potere temporale e spirituale : il mendicante, il servo, l'artigiano, il mercante, il gentiluomo, il cavaliere, il dotto, il re, ed infine l'Imperatore ed il Papa. Le carte numerali vanno da 1 a 10, e comprendono 4 serie che si trovano nelle carte spagnole : coppe, spade, denari e bastoni. I semi delle carte numerali sono assimilati ai 4 elementi : le spade all'aria (poiché la spada turbina nell'aria), i bastoni al fuoco (sono fatti di legno, che è infiammabile), le coppe all'acqua (poiché contengono liquidi), i denari alla terra (poiché sono fatti dei metalli che essa cela).
Gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, che derivano dalle Naibi, sono un insieme composito, in cui si accostano immagini di origine biblica (l'Angelo del Giudizio, la Torre, il Diavolo), le virtù predicate dalla Chiesa (la Giustizia, la Forza, la Temperanza), certi astri accompagnati da segni dello zodiaco (la Luna con il Cancro, il Sole con i Gemelli), le due grandi potenze dell'epoca, il Papa e l'Imperatore, ciascuno abbinato ad una sposa, per fantasia, irriverenza o necessità di simmetria. L'Appeso e la Ruota della Fortuna si incontrano spesso nell'iconografia medioevale. La prima carta, il Bagatto, che ricorda il famoso quadro di J. Bosch, "Il Prestigiatore", appartiene ugualmente al repertorio delle allegorie di quel tempo.
Prima di stabilizzarsi nel numero di 78 (22 Arcani Maggiori e 56 Arcani Minori), esistevano mazzi con un numero variabile di carte. Ma qualunque fosse il loro numero, le serie di simboli erano costituite con l'aiuto di immagini diffusissime. I simboli erano indifferentemente di origine laica o ecclesiastica, pagana o cristiana, colta o popolare. Sembra che l'essenziale fosse di ottenere una 'totalità' che racchiudesse l'universo. Per questa ragione le carte dei tarocchi sono una rappresentazione dei più importanti archetipi dell'umanità, e per questa ragione ci parlano.




LETTURA DEI TAROCCHI

La differenza tra la cartomanzia ed una lettura consapevole dei tarocchi è che la cartomanzia presume che gli avvenimenti a venire sono già tutti scritti nel destino, mentre una lettura consapevole dei tarocchi si basa sul presupposto che la divinazione è possibile soltanto in alcuni casi. Infatti, quando il risultato di una certa situazione dipende in modo determinante dal lavoro che compiremo su noi stessi, poiché il destino si basa anche sulla nostra volontà, le carte non daranno risposte sul risultato finale, ma si limiteranno a segnalare la necessità di una evoluzione interiore. In questo caso si possono consultare qualche mese più avanti. Se la crescita è avvenuta, le carte ci sveleranno anche l'esito finale di una situazione.

venerdì 7 giugno 2013

La Magia dei Salmi


“Elì Elì lama sabactani!”, Queste parole, che tradotte corrispondono alla ben nota invocazione del Cristo morente: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” sono tratte dal meno noto salmo 22 e si riferiscono esattamente ai primi due versetti del medesimo. Il particolare assume un significato realmente importante, se consideriamo che il Messia sigilla con questa frase l’atto conclusivo della propria missione terrena. Nel momento in cui si compie l’estremo sacrificio, si rivolge al Padre nelle ultime parole di un appello che si fa preghiera. Recitando l’inizio di un salmo.
Forse oggi può sembrare persino paradossale, ma fino a non moltissimi anni orsono parlare di salmi suscitava spesso inquietanti interrogativi relativi al termine stesso. Certamente non per quanti potevano disporre di un pur minimo bagaglio culturale religioso o esoterico, ma per molti questa antica parola restava (e ancora sovente rimane) avvolta nel mistero dei vocaboli astrusi.
Ultimamente questa singolare lacuna pare notevolmente ridotta, grazie anche alla straordinaria diffusione di testi occultistici, conseguenza diretta della “moda” o “interesse” per il magico e il misterico dilagata in special modo negli ultimi decenni.
In pratica risulta assai difficile oggi trovare un libro di magia o scienze occulte – dalle ristampe dei classici alle opere dei moderni e dei contemporanei – nel quale non vi siano riferimenti diretti o indiretti all’azione o al significato esoterico dei salmi. E questo legame ha radici antiche.
L’origine dei salmi rimane ancora oggi in gran parte un enigma, tuttavia è ormai opinione comune, suffragata da documenti di carattere storico inoppugnabili, che alla formazione del Salterio abbiano quantomeno contribuito le culture egizia e assiro-babilonese. G. Castellino, nell’opera “Le lamentazioni individuali e gli inni in Babilonia e in Israele” rileva tracce evidenti di influssi di impronta religiosa mesopotamica in vari salmi, come il 13, il 18, il 21 ed altri.
Dallo studio approfondito di A. Baruq (“L’Expression de la louange divine et de la prière dans la Bible et en Egypte”), nel quale l’autore analizza alla luce della letteratura egiziana i salmi biblici, si può inoltre facilmente giungere alla conclusione che i salmisti israeliti abbiano attinto ampiamente alla tradizione religiosa e iniziatica egizia1. A questo proposito, l’illustre storico delle civiltà del passato W. Durand pone in rilievo la evidente somiglianza tra il bellissimo Inno al Dio Unico Aton, attribuito al faraone monoteista Akhenaton e il salmo 104. Infine, può essere utile ricordare le ricerche svolte in anni più recenti da vari studiosi che hanno stabilito interessanti parallelismi tra il testo biblico, con particolare riferimento ai salmi, e il materiale letterario ugaritico, concernente i salmi, venuto alla luce a Ras Samra (l’antica Ugarit), mentre già nel 1936 H.L. Ginsberg, dall’analisi comparata dei testi, poteva affermare che il salmo 29 risultava un antico inno cananeo riguardante Baal, leggermente ritoccato per essere accolto nel culto di Jahvè.
Poter stabilire che la struttura di una parte cospicua dei salmi risulti sostanzialmente essai più antica del testo che fino agli inizi del secolo era ritenuto l’unica fonte originale, è da ritenersi d’importanza fondamentale ai fini di una ricerca organica e di un’interpretazione esoterica precisa, oltreché oggettiva.
Per quanto riguarda la denominazione “salmo”, risalente allo stesso Nuovo Testamento, risulta molto interessante osservare la derivazione dal greco “psaltèrion”, termine utilizzato per indicare lo strumento a corda – una specie di cetra – che accompagnava solitamente i canti e gli inni. Il titolo di “Salmi” che assume l’intera raccolta delle 150 composizioni liriche dell’Antico Testamento, proviene appunto dall’ebraico “Mizmor” (inno o canto che presuppone un sostegno musicale), mentre nella Bibbia ebraica il salterio veniva indicato con il termine “Theillim” (inni) o Sepher Theillim (Libro degli Inni o delle Laudi).
Il testo ufficiale e comune a ogni Antico Testamento comprende 150 salmi, sia nel “Testo Masoretico” (il testo ebraico originario, di struttura prevalentemente consonantica, la cui interpretazione vocalica è stata tramandata dapprima oralmente e poi fissata in scritto mediante un sistema di puntuazione elaborato dalle varie scuole rabbiniche, i “Masoreti”), sia nelle antiche traduzioni, dette “LXX” (greca) e “Volgata” (latina), da secoli le più note in Oriente e in Occidente.
L’ordine appare identico per tutti, ma non la numerazione, che risulta inferiore di un’unità in queste versioni, poiché i salmi 9 e 10 del Testo Masoretico sono uniti in uno solo nei LXX e nella Volgata (la differenza è in genere indicata tra parentesi). Così dicasi per il 114 e il 115 (riuniti nel 113), mentre laddove il Testo Masoretico ne riporta uno (116 e 147) il greco e il latino ne presentano due (114-115 e 146-147).
Il Salterio appare diviso in cinque libri (si presume che tale divisione sia anteriore al terzo secolo a.C.), forse ad imitazione del Pentateuco di Mosè, separati da brevi dossologie. Tuttavia già in tempi precedenti dovettero esistere tre raccolte più ampie, indicate dai critici come Jahvistiche (due parti) e Elohistica (una), in base al nome adoperato per designare la divinità (Jahvè o Elohim), risalenti al periodo precedente il 586 a.C. la prima, e dopo il 539 a.C. la seconda. A parte alcune discordanze dipendenti dalla versione esaminata, dell’intera serie dei salmi oltre sessanta vengono attribuiti al re Davide (73 nel T.M. e 85 nella Volg. – Da notare che a causa del ruolo dominante e della collocazione iniziale di gran parte dei suoi salmi, Davide passò nella tradizione giudaica e cristiana come unico autore), dodici ad Asaf, undici ai figli di Core, due a Salomone, uno a Heman e uno a Ethan. I rimanenti sono considerati anonimi.
Questa forma canonica del salterio s’impose tuttavia definitivamente molto tardi e non senza difficoltà (tardo X sec. d.C.). Il Salterio Copto comprende, infatti, 151 salmi, mentre l’antica versione siriana ne enumera ben 155. Le scoperte del Mar Morto hanno infine restituito l’originale ebraico del salmo 151 greco e i due ultimi della raccolta siriana. Questi particolari, pur senza togliere niente al valore complessivo dell’intero salterio, farebbero pensare alla possibilità di raccolte originariamente più complete o comunque ad un numero maggiore di salmi rispetto a quanto ufficialmente stabilito.
Il rapporto del salmo con il culto e il carattere liturgico dell’intero salterio appaiono evidenti e storicamente inconfutabili già nell’interno della tradizione religiosa ebraica. Molti riportano esplicite indicazioni a feste o riti particolari, altri si riferiscono alla liturgia del Tempio, o risultano dedicati ai pellegrinaggi, a particolari ricorrenze o a giorni specifici della settimana.
L’esplicito uso liturgico o l’accostamento a precise cerimonie o funzioni, fu adottato e ampiamente sviluppato dalla Chiesa cristiana, non solo nei testi canonici della liturgia, ma anche nelle opere riservate al culto e alle preghiere individuali o collettive. Vari riti, orazioni, benedizioni, terminavano o erano integrati dall’uso di salmi appropriati.
L’esempio migliore di cui disponiamo è costituito con ogni probabilità dal celebre “Rituale Romanum” del pontefice Paolo V (1605-1621). In questo interessantissimo testo fondamentale della rituaria cattolica “in quo, quale Parochis ad administrationem Sacramentum, Benedictiones et Conjurationes necessaria consentur, accurate sunt posita”, i salmi assumono un ruolo tuttaltro che marginale e ricevono la giusta collocazione nel contesto liturgico di primo piano riservato all’amministrazione di diversi sacramenti, alla visitazione e cura degli infermi, all’assistenza ai morenti, nell’officio dei defunti, nelle benedizioni, nelle preghiere e nelle processioni. Una parte considerevole dell’opera è dedicata alla soluzione dei problemi di vario ordine, o rivolta a interventi specifici riguardanti i casi di estrema necessità, mentre un’intera sezione è riservata alla pratica esorcistica. Il capitolo relativo, “De Exorcizandis Obsessis”, è ampiamente sostenuto dalla recitazione di sette salmi che costituiscono l’ossatura del testo esorcistico di base.
Nel tempo, l’accostamento del salterio a speciali preghiere, orazioni e benedizioni o l’utilizzazione di ogni singolo salmo per finalità di ordine liturgico e non, si è sviluppato e consolidato contribuendo a formare una tradizione a se stante, imperniata essenzialmente nella applicazione delle specifiche virtù dei salmi non più adattati a un contesto liturgico variamente articolato, bensì considerati come unico elemento rituario agente autonomamente e dotato di valori e caratteristiche peculiari. Il passaggio della pratica relativa ai salmi da un ambito di dominio quasi esclusivamente religioso e liturgico, a un terreno mistico e “magico”, esteso a un terreno d’azione più vasta, non priva di aspetti eterodossi (comprendenti finalità di impronta esoterica) e di componenti profane, è stato graduale e complesso.
La tradizione cristiana, relativa all’uso dei salmi per finalità trascendenti l’aspetto mistico e cultuale, ebbe un impulso decisivo agli inizi del secolo, grazie soprattutto all’opera dell’Abate Julio, arcivescovo della Chiesa Cattolica Francese, il quale riunì ed espose organicamente in alcuni volumi l’intera raccolta dei salmi, descrivendone estesamente significati e virtù. Monsignor Julien-Ernest Houssay (1844-1912), divenuto celebre con il nome di “Abbè Julio”, visse a stretto contatto con il fertile ed eclettico ambiente occultistico parigino del primo ’900, lasciando una serie di opere di carattere magico-religioso estremamente interessanti e la testimonianza di un elenco innumerevole di guarigioni prodigiose che spinse alcuni biografi a definirlo “il maestro dei miracoli”. Il suo profilo meriterebbe un capitolo a parte, solo per evidenziarne il generoso e coerente impegno dottrinale e l’originale metodo operativo che gli consentiva di coniugare l’antica tradizione cristiana con gli aspetti più luminosi e creativi delle dottrine occultistiche, con speciale riferimento alle possibilità terapeutiche. Ma i punti di merito che in questa sede desideriamo sottolineare sono essenzialmente due e si imperniano in primo luogo sulla attenta e meticolosa valorizzazione delle prerogative occulte dei salmi, alla quale è da attribuirsi gran parte dell’incremento della rituaria magica ed esoterica basata sui medesimi, tutt’oggi in pieno sviluppo. Di non minore importanza è da ritenersi inoltre la capillare azione di ricerca e di recupero dei testi più antichi e preziosi relativi alle pratiche religiose tradizionali in gran parte disperse o “dimenticate” in un buon numero di sacramentari, breviari, rituali, manuali di esorcismi o libri di preghiere e benedizionali più o meno canonici, apparsi prevalentemente tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo.
Osserviamo per inciso che lo stesso R. Ambelain, noto e apprezzato esoterista francese, nonché autorevole biografo ed estimatore dell’Ab. Julio, tiene ad evidenziare questo significativo particolare: “Noi conosciamo molti sacerdoti e monaci che, non riuscendo più a reperire testi esorcistici, sono dovuti ricorrere alle opere dell’Abbè Julio”. E la nota vale ancora ai nostri giorni, anche per l’Italia. Se l’Abate Julio può essere considerato per molti aspetti il maggior esponente di una sorta di trait d’union tra due forme d’interpretazione dei salmi, la mistica o religiosa da una parte e l’occultistica e magica dall’altra, non dobbiamo dimenticare che parallelamente alla prima corrente si è sviluppata nel corso del tempo una tradizione esoterica – nascosta o segreta per ovvi motivi – che ha potuto perpetuare un corpus dottrinale prezioso quanto antico, comprendente la conoscenza e la “chiave” reale del valore e del potere dei salmi. Echi di tale conoscenza, filtrati dalle inevitabili, periodiche profanazioni, rimangono in opere di carattere cabalistico, magico-cerimoniale ed ermetico. “La Clavicola di Salomone” ad esempio (testo storico di fondamentale importanza, riguardante la magia rituale e talismanica, attribuito dalla leggenda al mitico mago-re), già nelle più antiche versioni greche o ebraiche, riporta una serie di pentacoli contornati da iscrizioni tratte dai versetti dei salmi, riferiti alle finalità o all’impronta planetaria della figura talismanica, o della sua specifica virtù. Vari “Libri del Comando” (come a esempio alcune versioni del 6° e 7° Libro di Mosè, numerosi manoscritti di Cabala Divina e Angelica, la Magia Suprema di David, Il Libro del Potere, l’Enchiridion di papa Leone III) scampati ai turbini della persecuzione, riportano incantesimi e formule consacratorie relativi all’uso di pentacoli, figure magiche e strumenti cerimoniali, in cui si fa esplicito ricorso alla lettura dei salmi. Ma la tradizione esoterica relativa ai salmi ha mantenuto la propria vitalità soprattutto all’interno delle maggiori scuole iniziatiche occidentali, caratterizzandone la rituaria interna.
L’Ordine Marinista e la Chiesa Gnostica, la “Myriam” di Kremmerz, l’Ordine Eudiaco di Durville, varie filiazioni rosacruciane e una parte considerevole della Massoneria – per non citare la galassia di gruppi e formazioni di varia impronta ed estrazione proliferati negli ultimi decenni – basano gran parte della struttura operativa magico-cerimoniale individuale e collettiva sul potere occulto dei salmi. Interi fascicoli concernenti la pratica riservata di organismi ermetici ed esoterici, sono dedicati a esempio all’applicazione terapeutica, propiziatoria e protettiva dei salmi, uniti sovente a specifiche “intelligenze” angeliche. A questo proposito dobbiamo sottolineare che un buon numero delle opere che trattano di magia angelica legata all’uso dei salmi è andato purtroppo perduto e tuttoggi è possibile documentarsi unicamente su rarissimi manoscritti sopravvissuti alla falce del tempo, peraltro sempre più difficili a reperirsi anche nell’antiquariato specializzato. Di questo prezioso patrimonio fa parte l’importante e inedito manoscritto “Cabale Divine” di Lenain, il noto autore dell’interessantissimo volume “La Science Cabalistique”2 (Amiens, 1823); si tratta di un’opera di 326 pagine, redatta sulla base di un precedente manoscritto attribuito a un non meglio identificato Th.Mar.Revu, comprendente la spiegazione delle virtù magiche di ogni singolo salmo, l’orazione, il sigillo dell’angelo preposto, e 311 talismani di vari colori. Di pari interesse e valore, conserviamo nei nostri archivi altri manoscritti, anonimi, tra i quali vogliamo citare “Cabale Divine; on ce trouve renfermé l’origine des 150 psaumes de David avec les divines intelligences et les merveilleuses caracteres – a Paris, 1761”, nel quale, oltre gli specifici attributi del salmi sono esposti i nomi e le cifre delle corrispondenti entità celesti3, così come in altre due opere, “Salmi – per le invocazioni secondo i propri bisogni” e “Scimus te Elim” – Vera Virtù dei Salmi di David Re d’Israello, estratta dagli antichi Cabalisti, e dalla lingua ebraica fedelmente tradotta colle intelligenze e caratteri che ad ogni salmo convengono”, oltre a varie versioni delle più note Clavicole di Salomone.
In anni più vicini a noi R.Ambelain, con il volume “La Cabbale Pratique”, ha cercato di ampliare l’opera del Lenain4 integrandone il testo riguardante le invocazioni angeliche (connesse all’uso dei salmi), con le cifre delle Intelligenze tratte dal manoscritto “Les Vrais Talismans Pentacles et Cercles” del tardo XVII secolo, conservato alla Bibliotheque de l’Arsenal di Parigi5. Ora, se consideriamo che gran parte di questo materiale proviene da testi o insegnamenti dottrinali risalenti con tutta probabilità a qualche secolo indietro – come testimoniano testi di cenacoli ermetici legati alla cultura neoplatonica del periodo umanistico rinascimentale, la cui struttura rituaria appare collegata all’uso dei salmi -  possiamo formulare un’ipotesi cronologica sull’origine della pratica magica ed ermetica unita al salterio, indubbiamente assai lontana nel tempo. Dobbiamo adesso cercare di comprendere il motivo per cui da secoli il salmo è ritenuto elemento attivo di primaria importanza nel contesto magico-operativo tradizionale e componente essenziale di pratiche realizzative (teurgiche, eoniche, talismaniche e cerimoniali) anche di notevole livello qualitativo e di alto spessore esoterico. Su questo importante aspetto possiamo ritenere preziose e illuminanti alcune indicazioni fornite dal Kremmerz, il quale in merito scrive: “Per invocare efficacemente vi sono riti e scongiuri, i latini li chiamavano “carmina”, gli ebrei “salmi”, gli italiani “incanti”. I salmi cosiddetti davidici sono magici e fanno parte del breviario dei preti, come pure sono gran parte dei riti di magia operante dell’evo medio. Il religioso che li brontola, vi dà il senso religioso; l’ermetista che si serve di qualcuno di questi salmi, vi dà la ‘virtù’ insita all’abitudine rituale per la quale fu sempre usato”. In questo passo troviamo una “prima chiave” interpretativa del valore magico dei salmi, riguardante una legge di fisica occulta tanto elementare nella sua apparenza quanto complessa e articolata nella sua profonda realtà e nelle innumerevoli applicazioni.
L’impulso iniziale intelligente fornito a un gesto, a una parola, a un segno, può essere valorizzato, potenziato e dinamizzato in termini di energia occulta dall’azione ripetitiva di tale atto iniziale, nella misura in cui il medesimo assume precisi connotati di esatta corrispondenza con un valore assoluto, ripropone ed estende in progressione matematica la propria impronta originale, stabilizza, moltiplica e accresce nel tempo la carica iniziale (o potenziale di base), secondo l’ampiezza del periodo di attivazione. In pratica, recitando un salmo con intenzioni ermetiche, si attinge a un serbatoio energetico invisibile alimentato da secoli di orazioni e preghiere, che in varia forma e misura hanno contribuito ad accrescerne valori e virtù nel tempo. Per questo motivo, secondo un concetto tradizionale, si ritiene particolarmente valida e attiva la versione latina o ebraica dei salmi, soprattutto se finalizzati a realizzazioni pratiche (o inseriti in un contesto operativo), considerata strutturalmente la più adatta alla applicazione e alla canalizzazione delle corrispondenti energie sottili e probabilmente la sola in grado di garantirne la continuità del valore magnetico. Dobbiamo considerare inoltre, e non come aspetto secondario, l’azione fonetica e il “potere” ritmico, o “musicale”, della recitazione, che incidono sensibilmente nella dinamica operativa. Abbiamo infatti già osservato che la fonte etimologica del salmo coincide con il nome di un caratteristico strumento adoperato per accompagnarne la recitazione cantata, e in questo preciso particolare troviamo un’interessante analogia con il termine “incantesimo”, da “incantatio” che chiaramente induce a riflettere. Ancora oggi ricorriamo al verbo “salmodiare” per indicare una forma di recitazione cantilenata, simile al ritmo monotono e cadenzato di una preghiera. Leggiamo insieme a questo proposito il significativo commento del Kremmerz: “Il mistero della parola e dei suoni in magia è profondo. Le vibrazioni che mettono in movimento l’etere nel mondo della materia sottilissima sono ritmiche per loro natura. La matematica sublime contiene le chiavi delle serie e dei rapporti tra le vibrazioni generate dalla volontà e la ripercussione dell’atto volitivo dall’etere sul mondo sensibile e visibile.
Le parole sono articolazioni di note musicale emesse dalla bocca, il cui suono viene modulato a volontà. Ogni nota rispondendo a una sillaba o ad una lettera ha un valore vibratorio sull’etere. Certi suoni emessi in modo speciale, agiscono potentemente sulla psiche umana, come la calamita sul ferro. Dunque la parola o il suono ritmico ha un’azione energica e sensibile sulle cose vive. Queste parole potenti sono canti e emissioni di articolazioni di volontà. Animate o no da idee concrete, queste parole sono tanto più potenti quanto hanno di magnetismo fissatovi dagli altri operatori e per quanto rispondono con suoni alle idee che si vogliono risvegliare”. Il quadro potrebbe essere infine ulteriormente e utilmente integrato dall’esposizione del significato dei segni e delle cifre, o caratteri magici, delle “Intelligenze” (meglio conosciute come angeli, geni o entità invisibili), preposte secondo la tradizione esoterica ad ogni singolo salmo, così come risulta dalle maggiori opere pubblicate sul tema e dagli antichi manoscritti di “magia divina e angelica” o di cabala operativa, già citati. Ma questo aspetto, peraltro vastissimo, merita necessariamente un’analisi a parte, che proporremo prossimamente.
di Pier Luca Pierini R.
Fonte:  Giuliano Kremmerz
Note:
Tratto da ELIXIR n° 10, con il permesso delle Edizioni Rebis.
1  L’ipotesi peraltro mi fu personalmente e ampiamente confermata dal noto studioso Boris de Rachewiltz.
2 La trad. italiana dell’opera è stata pubblicata con il titolo “La Magia Divina” dalle Ed.Rebis.
3  L’annotazione “Liber prohibitus”, apposta sulla prima pagina da mano diversa rispetto all’autore del manoscritto, la dice lunga sul giudizio e la considerazione delle quali godeva tale genere di opere in quel periodo.
4  Il Lenain in realtà non volle di proposito pubblicare anche le cifre, che consegnava rigorosamente e riservatamente a parte, unicamente ai propri discepoli
5  Queste cifre sono state riportate anche nella traduzione italiana “fuori commercio” dell’opera, curata nel 1984 da M.Bottazzi e dal suo gruppo, e in altri testi, tra i quali il mio “La Magia Astrale degli Angeli” (nella prima delle tre serie di cifre pubblicate nel libro), per il quale ho utilizzato tuttavia un altro manoscritto magico del VXII sec. La loro natura e il loro uso, oggettivamente controversi, costituiscono ancora oggi motivo di dibattito in alcuni ambienti esoterici o pseudo tali, parte dei quali vorrebbero attribuirgli aspetti e risvolti oscuri e pericolosi, o addirittura un’impronta demoniaca, “come tutti i libri conservati nella Bibliotheque de l’Arsenal”. A parte il fatto che chi lancia simili drammatiche accuse evidentemente non conosce né quella gloriosa biblioteca, né, tantomeno, i libri e i manoscritti, alcuni dei quali vere e proprie opere d’arte, che vi erano conservati, noi stessi possiamo tranquillamente testimoniare che in tanti anni di pratica diretta da parte di moltissime persone che hanno voluto sperimentarne l’efficacia, mai e sottolineo mai, abbiamo riscontrato un solo caso in cui si fosse verificato alcun genere di problema o di effetto nefasto, mentre al contrario, si sono rilevati numerosi episodi con esiti positivi e felici. Può darsi che qualcuno abbia avuto in passato risultati deludenti o negativi, come non di rado accade in ambito magico operativo quando i presupposti non sono corretti, ma occorrerebbe a questo punto domandarsi il perché, ovvero qual è stata la reale motivazione interiore (la purezza d’intenti richiesta nei testi di magia angelica ed eonica) che ha spinto l’operatore a “chiamare” o  “evocare” un’entità geniale che corrisponde – sovente si dimentica – a un angelo. Come i maestri ammoniscono, è evidente che se si pretende di piegare la volontà di un angelo o genio ai propri interessi egoistici o volgari, è molto probabile che si manifesti la controparte sinistra e oscura. E la risposta in questo caso non può che essere adeguata.

mercoledì 5 giugno 2013

Salmi di Davide

Il Libro dei Salmi (ebraico תהילים, tehillìm; greco Ψαλμοί, psalmòi; latino Psalmi) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.
È scritto in ebraico e, secondo l’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione definitiva del libro si concluse in Giudea forse alla fine del III secolo a.C., raccogliendo testi composti da autori ignoti lungo i secoli precedenti di varia origine (il salmo considerato più antico è il 104 che riprende l’egiziano Inno al Sole del XIV secolo a.C.).
Il libro dei Salmi è composto da 150 capitoli, ognuno dei quali rappresenta un autonomo salmo o inno di vario genere: lode, supplica, meditazione sapienziale.
La tradizione riporta che i salmi furono composti da Davide. La critica moderna ritiene che siano il prodotto di vari autori o gruppi di autori, di cui molti ignoti. La maggior parte dei salmi comincia con un versetto introduttivo che ne attribuisce l’autore o descrive le circostanze per le quali furono composti. Comunque si ritiene che i salmi non furono scritti prima del VI secolo a.C., e poiché il regno di Davide risale all’incirca all’anno 1000, il materiale risalente a Davide dovrebbe essere stato preservato dalla tradizione orale per secoli.
I salmi possiedono allo stesso tempo un grande valore spirituale ed un grande valore poetico. La tradizione spirituale ed esoterica ha da sempre attribuito ai salmi un potere molto forte, questa concezione pare essere sottolineata anche nei Vangeli. In Matteo (22:41) e Marco (12:35) è lo stesso Gesù, in riferimento al salmo 110 a sottolineare che il testo sia ispirato dallo Spirito Santo. Questo porta ad avvalorare la concezione che tutti I Salmi siano stati scritti sotto possente ispirazione e caricati di una sorta di “potere” ben preciso.
Tutti i Salmi, se recitati con fervore creano protezione attraverso il Verbo e consentono di ottenere energia dal regno della luce per intercessione di Metatron, ma ogni salmo ha una sua precisa destinazione. Gli alchimisti li utilizzavano a corredo della pratica. La magia popolare, delle polveri, delle candele e degli olii e l’hoodoo sono strettamente legati all’uso dei salmi biblici, che vengono recitati quotidianamente associati ad una candela del giusto colore. I salmi possono essere utilizzati in ogni genere di pratica di magia simpatica quando non si desidera cimentarsi in nessuna tradizione magica specifica. Vi invitiamo alla lettura del testo Il Sesto ed il Settimo Libro di Mosè, edito da Il Crogiuolo® per conoscere il significato di ogni salmo e come cimentarsi nelle pratiche esoteriche più antiche mediante l’impiego di queste meravigliose preghiere.

Fonte: http://www.ilcrogiuolo.it

lunedì 3 giugno 2013

Ouroboros, Colui che divora la sua coda

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Uno dei simboli più utilizzati e più trasversali nell'ambiente Esoterico è di certo Oura Boros, ossa "colui che si divora la coda". Gia presente in forma rappresentata nell'Egitto del XVII secolo avanti cristo, è poi passato ai Fenici e successivamente ai Greci. Ma la stessa simbologi si trova presso i popoli nordici con il nome di Jörmungandr, uno dei tre figli del dio Loki, il "Serpente di Midgard" ossia il gigantesco serpente che avvolge tutta la terra arrivando a mordendosi appunto la coda. Con lo stesso significato è presente presso gli Indu', sottoforma di drago che avvolge i quattro elefanti che a loro volta sorreggono il mondo. Con la stessa figura di drago è presente anche in Giappone, e in Sud Amerca presso gli Atzechi con il nome di Quetzacoatl, ossia "Serpente Piumato". Gli stessi Atzechi avevano ereditato questa raffigurazione dal pantheon della più antica civiltà tolteca.
In tempi più recenti è stato adottato anche da sette cristiane come Gnostici e Ofiti.

Nei tratti comuni a tutte le culture è rappresentato come un serpente che forma un cerchio e divora la sua coda. La testa è in alto e rivolta verso destra, in modo da dare l'impressione di un moto in senso orario, e il corpo è scuro sul dorso e chiaro sul ventre. A volte riporta anche la scritta greca En to Pan, ovvero nell'Uno, il Tutto
La simbologia associata a questa figura è lampante, e questo è il motivo per il quale è cosi usato e potente. Il serpente in tutte le culture antiche rappresenta la saggezza e la protezione, il cerchio rappresenta l'universo, l'Uno e il Tutto, e l'atto di divorare se stessi rappresenta la morte e la rinascita, il ciclo perpetuo dell'universo, il tempo, il macrocosmo nel microcosmo. Il corpo mezzo chiaro e mezzo scuro infine rappresenta la dualità, la doppia natura di gni cosa, le due parti opposte, ma non in conflitto, che formano il Tutto.

In alchimia l'Ouroboros simboleggia la purificazione e l'immortalità, e rappresenta la materia che trasformandosi si rigenera. Lo stesso Carl Jung ha parlato dell'Ouroboros come del Mandala dell'Alchimia, il suo principio fondamentale.

Per concludere, in filosofia l'Ouroboros rappresenta una tautologia, ovvero un sistema in cui le conclusioni sono gia implicite nelle premesse. Un esempio classico di questo concetto è nei dogmi delle religioni, che sono per definizione inconfutabili.

Filosoficamente parlando, invece, l'ouroboros rappresenta una tautologia, ossia un sistema le cui conclusioni sono già implicite nelle premesse. Sono esempi di tautologie i dogmi delle religioni (non si possono confutare) e la domanda "Chi sono io?" (poiché il soggetto dell'indagine - chi la svolge - e l'oggetto - cosa si sta cercando - sono la stessa entità),

venerdì 31 maggio 2013

I Sigilli parte 2

 E' una figurazione composta da due triangoli equilateri sovrapposti, uno orientato con l'apice verso l'alto ed uno verso il basso, in modo che l'insieme costituisca una sorta di stella a sei punte (“Stella di Salomone”).
Il sigillo di re Salomone - sigillo, in quanto la tradizione afferma che fosse stato usato dal mitico sovrano israelita per trattenere i demoni, nella costruzione del Tempio di Gerusalemme - è senza dubbio una delle rappresentazioni simboliche più note e di valenza universale.
Peraltro i sigilli (“sphraghis” in greco, da cui il nome di sfragistica della scienza che li studia), sono considerati le rappresentazioni più antiche di valore simbolico delle civiltà.
I primi sigilli si ritrovano nella cultura mesopotamica sotto forma di scrittura cuneiforme, ed in quella egizia.
Nella tradizione greco-romana si ricorreva ad anelli con sigilli per dimostrare l'autenticità di uno scritto, diventando in tal modo il segno essenziale della legalità di un atto pubblico o privato che fosse stato, e dell'identità di chi lo sottoscriveva.
Ben nota è la tradizione biblica dell'”Apocalisse” di Giovanni, in cui compare un libro suggellato da sette sigilli.
Il valore simbolico del concetto di sigillo si ritrova anche in espressioni contemporanee d'uso comune: “apporre il proprio sigillo su una cosa” (prenderne sostanzialmente possesso, o garantirla come autentica), oppure “sigillare le labbra” (tacere o suggellare un segreto, un accordo privato).
Generalmente il Sigillo di Salomone rappresenta (o raffigura) nella tradizione occultista occidentale generalmente l'universo, il macrocosmo, nelle sue componenti elementari: aria, acqua, terra e fuoco, elementi costituitivi del cosmo raffigurati dai quattro triangoli che la figura forma ai punti cardinali della rappresentazione grafica.
E' altresì usato come pentacolo universale nelle operazioni di magia pratica come simbolo esorcistico ed apotropaico, o al contrario evocativo, secondo il cerimoniale impiegato.
La sua raffigurazione è antichissima. Alcune sue incisioni, reperite nell'area mediorientale, risalgono al 2500 - 2000 avanti Cristo, tanto che è stato assunto per secoli come simbolo dell'unità politica delle tribù giudaiche, ed anche ora è adottato come stemma ufficiale dello Stato di Israele.
La tradizione ebraica sostiene che la figura fosse stata ideata da re Salomone, ma la sua presenza è anteriore di secoli dal presunto periodo in cui visse il mitico sovrano.
Un sovrano israelita di Shelomoh avrebbe retto le sorti politiche delle tribù ebraiche presumibilmente dal 960 al 930 avanti Cristo, quantunque la sua identità storica sia messa ancora in discussione da numerosi storici ed archeologi.
Sarebbe stato figlio di re Davide e di Betsabea, e appena salito al trono avrebbe cercato di pacificare le posizioni conflittuali tra le popolazioni fenicie e la potenza egiziana ed avrebbe riorganizzato l'esercito israelita, edato impulso all'economia del suo popolo con l'estensione del commercio verso i popoli dell'estremo oriente e dell'Africa orientale, facendo delle rozze e rissose tribù del deserto della Giudea un popolo unito e potente stringendo rapporti di alleanza con il favoloso regno della regina nera di Saba, della quale si sarebbe invaghito e quindi unito.
Soprattutto, a re Shelomoh è legata la tradizione della costruzione del primo Tempio di Gerusalemme e che fosse stato un gran mago, anzi che fosse stato l'ideatore stesso della magia evocatoria, con il cui impiego avrebbe portato a termine la costruzione dell'immenso tempio gerosolimitano.
Leggende radicate ed antichissime dicono che tenesse al dito un anello, con inciso appunto l'esagramma (sei elementi), dal quale avrebbe ricevuto forza e potere sui demoni.
Lo stesso sigillo sarebbe comparso nelle sue insegne regali, dal quale avrebbe ottenuto invincibilità durante le battaglie sostenute contro i suoi numerosissimi nemici

giovedì 30 maggio 2013

I Sigilli

Dal Blog di Roberto Zamperini
Si tratta di un argomento di grande attualità, perché, nonostante il propagandato materialismo di questa società, gruppi di potere occulti non si fanno alcuno scrupolo nel produrre sigilli per meglio dominare le loro vittime. Non ne parlo oltre, per motivi di sicurezza personale …
Intanto, che significa SIGILLO? Viene, tanto per cambiare, da Latino sigillum, diminutivo di signum. Sigillo sta per piccolo segno, quasi una firma, ma standardizzata, sempre la stessa. Un segno che ci rappresenta, che dice: “Questo l’ho fatto io!”
SIGILLI  MATERIALI E SACERDOTALI. La traduzione in Italiano di queste due parole latine (signumsigillum) mi sembra assolutamente superflua, essendo praticamente identiche a quelle italiane. L’uso dei sigilli è antichissimo, come si vede dall’immagine tratta da WIKIPEDIA (fotografo Jastrow) che mostra due magnifici sigilli sumerici.
Questi sono, come è chiaro, dei sigilli materiali, ma a noi quelli che interessano sono quelli fatti con certe tecniche speciali di energia sottile. Ehi, Zamperini, ma di che parli? Non esistono i sigilli sottili! Davvero? E cos’è allora un sigillo sacramentale? Dice WIKI, a questo proposito, che si tratta di un vincolo di segretezza assoluta, a cui il diritto canonico assoggetta i sacerdoti, per quanto riguarda qualunque informazione appresa nel corso del sacramento della Confessione o in situazioni analoghe. Ecco dunque un tipo di sigillo tutt’altro che materiale!
SIGILLI MAGICI. Ma quelli che ci interessano non sono neppure i sigilli sacramentali. Passiamo allora ad un’altra categoria: i sigilli magici. Cos’è un sigillo magico? Potremmo definirlo come un oggetto che ha certe proprietà magiche, come  quello a destra che, come dice la pubblicità, è un “Antico e potente pentacolo magico Creato e Confezionato Secondo le Più Antiche Tradizioni su Due Strati di Pesante Pergamena e Protetto da Custodia. Nota: nell’Ordine Specificare se è per Portare nel Portamonete oppure per Farlo Rimanere Permanente in Casa“. Mi sembra un’ottima definizione, anche se tengo per me il giudizio sull’efficacia ultima di questo sigillo magico. Comunque, se proprio vi scappa e non potete farne a meno, lo potrete ordinare QUI.
SIGILLI SOTTILI. Ma anche questo non è il tipo di sigillo sottile che a noi interessa. E dunque, cos’è un sigillo sottile? Potremmo definirlo come
1) un oggetto sottile in grado di produrre certi effetti nel soggetto cui è stato destinato.
Va bene, ma allora cosa NON è un sigillo sottile? Per esempio: se io amo molto una persona e, vuoi con la concentrazione mentale, vuoi con la preghiera, mi applico per generare uno stato di benessere e di salute in questa persona, per aiutarlo, per facilitarne la guarigione, il benessere, ho generato un sigillo sottile? E’ evidente che dobbiamo esplorare meglio quegli “effetti sottili” generati dal sigillo. Che tipo di effetti? Completiamo la definizione in questo modo:
2) un sigillo sottile – per essere definito tale – deve comportare
a) un vantaggio per chi l’ha creato (che d’ora in poi chiameremo sigillatore, che può essere sia una singola persona, sia una organizzazione composta di molte o anche moltissime persone)
b) e una qualche forma di costrizione, di violenza, di sopraffazione, di sfruttamento,  - generalmente subdoli, occulti, nascosti – in chi subisce il sigillo (che d’ora in poi chiameremo sigillato).

Insomma: il sigillato è, il più delle volte, assolutamente ignaro di esserlo. Come vedremo più avanti, la consapevolezza da parte del sigillato è l’arma letale contro i sigilli! Ecco perché i sigillatori fanno di tutto perché il loro sporco lavoro sia nascosto e le loro vittime siano inconsapevoli di esso!
Quando il sigillato diventa consapevole del sopruso sottile di cui è vittima, la sua battaglia è già vinta per il 50%! Come diceva qualcuno: se vuoi evadere, devi, prima di tutto, essere consapevole della tua prigione.
Prima di chiudere l’argomento: si badi che il vantaggio per il sigillatore - di cui parlavo sopra – è solo e soltanto illusorio, perché il karma (chiamatelo come volete: punizione divina o altro) comunque lo colpirà, magari non istantaneamente. Una sana ed egoistica politica sottile vieta sempre di lavorare con i sigilli, perché, prima o poi, pagheremmo ben più di quanto ci hanno fatto illusoriamente guadagnare.
E’ evidente che l’esempio del malato, per la salute del quale ci stiamo concentrando, non è un sigillo, ma piuttosto un forma-pensiero positiva. A questo punto, non possiamo non chiederci quale sia la differenza tra un sigillo sottile e una forma-pensiero. Diciamo che un sigillo sottile può essere pensato come una forma-pensiero negativa, dunque non c’è alcuna differenza, almeno in via teorica, tra sigillo sottile e forma-pensiero negativa.
Ma allora che differenza c’è tra un sigillo e una forma-pensiero positiva? Possiamo affrontare la cosa dal punto di vista del sigillato, perché credo che così si capisca meglio:
a) Una forma-pensiero positiva può essere percepita dal sigillato  o da una terza persona come una sorta di accumulatore di energia sottile che lo accompagna. Un’energia pulita e positiva. Se volete, come un piccolo servizievole aiutante che sorregge il malato (o lo studente che deve sostenere un esame, il lavoratore che cerca un nuovo lavoro, l’imprenditore che vuole intraprendere un nuovo campo d’attività o espandere i suoi affari, eccetera). Conoscete la Floriterapia di Bach? Bene, ecco un esempio potente ed efficace di quello che sto dicendo. In realtà, ogni rimedio vibrazionale può essere pensato anche come una forma-pensiero positiva, anche se in effetti è molto di più di questo. Non ne parlo oltre, poiché si potrebbe scrivere un libro, magari neppure troppo piccolo!, solo su quest’argomento.
Si comprende facilmente che la differenza sostanziale tra una forma-pensiero positiva e un sigillo non sta nella tecnica di costruzione, quanto piuttosto nell’obiettivo che il suo costruttore si prefigge.
Dico solo di sfuggita che tutti noi continuamente creiamo inconsapevolmente forme-pensiero, sia positive, sia negative. Per l’esattezza dovremmo pensare al sigillo come al frutto di una sorta di tecnologia sottile malevola, consapevole e premeditata.
b) Una forma-pensiero negativa o meglio un sigillo sottile sono percepibili dal sigillato o da una terza persona come una nuvola densa di congestione.  C’è da dire che, in genere, il sigillato non è affatto consapevole e, soprattutto quando il sigillatore è molto bravo, la percezione della congestione – anche in persone esperte – può non essere immediata, perché, come vedremo, il sigillo può essere stato mimetizzato da forma-pensiero positiva. Si tratta, fortunatamente, di casi molto rari, come rari sono i maestri neri molto bravi in grado di fare ciò. Ne so qualcosa, essendo stato vittima di un’operazione di questo tipo.
E’ quindi superfluo sottolineare che, nel 99% dei casi o forse nel 99,99% dei casi, i sigillati non sono affatto in grado di percepire i sigilli con cui sono stai fatti vittime. Al punto che, essendo a volte il sigillo diventato quasi parte indissolubile della psiche del sigillato, non è affatto infrequente che l’azione del “disigillamento” (neologismo da me inventato che sta per: togliere, eliminare un sigillo) da parte di una terza persona, incontri la più fiera resistenza da parte del sigillato, che durante quell’operazione può provare sgradevoli sensazioni, a volte persino dolore. Un po’ come se il sigillo fosse ormai parte del suo “inconscio” e la sua rimozione generi un forte rifiuto, come se il soggetto sentisse di correre il rischio di essere privato di una parte essenziale del suo essere (come se gli si volesse tagliare una mano, per capirci!).
Tanto per anticipare cose che dirò meglio più oltre, non è impossibile che il sigillo sia stato progettato in modo tale, proprio da generare la difesa automatica da parte della vittima. Questo è un caso comunissimo: la vittima che difende o adora il suo persecutore e l’azione di sfruttamento che quello ha messo in essere. Non posso dilungarmi troppo su questo argomento ma, come diceva un tale 2000 anni fa, chi ha orecchie intenda. Chi non orecchie, non rompa le scatole.

COME SI DISTINGUE UNA FORMA-PENSIERO POSITIVA DA UN SIGILLO (O DA UNA FORMA-PENSIERO NEGATIVA?)

Con il solito vecchio e sempre efficace metodo TEV: una forma-pensiero positiva accresce la nostra energia, una negativa la diminuisce. Si tratta di un test facilissimo da eseguire, anche se non lo è per chi non ha la percezione dell’energia sottile. In tal caso, consiglio gli ottimi test di Kiniesiologia.

COME SI CREA UN SIGILLO SOTTILE?

Il punto centrale da comprendere è il seguente:
per generare un sigillo occorre energia (sottile, ovviamente!)
Sì, d’accordo, ma, dove la si trova questa energia?
A) IL CASO PIU’ FREQUENTE: L’energia necessaria per la costruzione del sigillo può essere accumulata dal sigillatore in una base fisica. Ecco degli esempi:
  1. Potrebbe essere un oggetto qualsiasi, ad esempio un’immagine, simile, per capirci, a quella che vedete su questa pagina. (Non vi preoccupate: quella è assolutamente innocua!) L’accumulazione energetica viene fatta nell’immagine stessa e, di tanto in tanto, ripetuta e rafforzata.
  2. Potrebbe essere un suono, un mantra, un elenco di parole dotate o non dotate di senso, un giuramento, una formula. Anche se potrebbe sembrare il contrario, questo è molto più raro di quanto si immagini, perché è cosa difficile da realizzare per il sigillatore. Comunque difficile, ma non impossibile e, come vedremo più avanti, è usata abbastanza spesso in concomitanza con altre tecniche. L’accumulazione energetica viene fatta nel suono, nella frase, nel giuramento. Anche in questo caso,  l’accumulazione energetica viene, di tanto in tanto, ripetuta e rafforzata.
  3. Potrebbe essere una serie precisa di movimenti. Per esempio, almeno in via teorica, l’insieme dei movimenti che si fanno per mettere in moto un’auto, un certo ballo, eccetera. Raro.
  4. Potrebbe essere una certa musica. Frequente e abbastanza diffusa. Ma, in genere, di scarsa potenza.
Domanda: ma la base fisica, col tempo, a forza di creare sigilli, non si scarica? Certo che sì. E allora? Allora, di tanto in tanto, il sigillatore o i sigillatori devono provvedere a ricaricare la base fisica. Come? Con apposite tecniche, appositi riti. Ma questo è un altro argomento …
B) IL CASO MENO FREQUENTE (anzi, piuttosto raro, anche se tutt’altro che infrequente): L’energia necessaria per la costruzione del sigillo è prelevata dalla stessa vittima! Questo è un lavoro coi fiocchi che solo i maestri neri di grande levatura sanno fare.

giovedì 16 maggio 2013

La scienza magica

La scienza magica agisce in genere attraverso simboli, siano essi parole, pensieri, figure, gesti, danza o suoni, e strumenti vari.

Solitamente viene però sottolineato che lo strumento primario della magia è la mente dell’operatore e tutto il resto gli serve per focalizzare meglio il suo intento.
Le tecniche magiche possono essere raggruppate convenzionalmente in cinque categorie:


  • La cosiddetta magia simpatica o d’incanalamento, in cui l’effetto magico è perseguito tramite l’utilizzo di immagini od oggetti che possono essere usati, ad esempio come rappresentazione simbolica della persona cui si vuole fare del bene o si vuole nuocere, oppure per rappresentare lo scopo che ci si prefigge (ad esempio con l’uso di amuleti e talismani).

  • La magia da contatto è caratterizzata dalla preparazione di pozioni e filtri magici, sacchettini da indossare, talismani o amuleti da portare con sé, creati utilizzando oggetti ed ingredienti più o meno naturali.

  • La terza forma di pratica è la magia dell’incantesimo, che agisce tramite parole (un esempio tipico è abracadabra) o formule magiche.

  • La quarta categoria è quella della divinazione, utilizzata per ricevere informazioni attraverso varie arti mantiche (come l’astrologia, la cartomanzia, la chiromanzia) oppure attraverso dei talenti propri dell’operatore (come ad esempio attraverso i presagi, o nella preveggenza e nella medianicità).

  • La quinta categoria è quella della similitudine: il simile produce il simile, un esempio può essere quello rappresentato da alcuni popoli primitivi, i quali, prima di andare a cacciare, imitano i movimenti, i versi ed i comportamenti in genere dell’animale che desiderano catturare.
Solitamente i riti magici utilizzano una combinazione tra le diverse tecniche. Nei casi in cui il mago durante una pratica rituale ricorre all’intervento di un’entità soprannaturale, a seconda delle entità in questione, si entra nei campi della negromanzia, dello spiritismo e della demonologia, mentre l’arte di evocare o invocare potenze sovrumane benefiche (angeli, divinità, spiriti elementali ecc.) è più propriamente chiamata teurgia.

Fonte: http://www.labirintomagico.it/

venerdì 10 maggio 2013

Magia cerimoniale

Cos’è la magia cerimoniale? La magia cerimoniale è quel tipo di magia dove si utilizzano formule magiche con lo scopo di ottenere qualcosa, richiamando a se forze spirituali.


  • Per entrare in contatto con tali forze il magista (mago) può:
- invocare e canalizzare le forze ( operazioni cabalistiche);
- evocare in maniera visibile le forze servendosi di opportuni Cerchi Magici.
Le istruzioni che dall’antichità ci giungono a noi per queste ultime operazioni, sono contenute in volumi che prendono il nome di Grimori.
Il termine Grimori ha, probabilmente, origine dal francese antico ed ha il senso di “libro che contiene istruzioni di base”.
I Grimori sono un’insieme di istruzioni sui tempi, sui modi e sui Paramenti da indossare per evocare alcune entità.
Inoltre i Grimori si dilungano sulla descrizione di queste entità, sulle loro attività e su come il magista può condurre, in tutta sicurezza, le evocazioni magiche.
  • Secondo il tipo di forze evocate possiamo parlare di:
- Goetia per evocazioni “diaboliche”;
- Teurgia per evocazioni “angeliche”.
Come affermato prima il magista evoca e controlla tali forze per uno scopo in particolare, qualunque esso sia.
In tale ottica la distinzione classica, di derivazione cristiana, tra “demoni” e “angeli” perde qualsiasi significato e importanza: l’evocazione in ogni caso è provocata e deve essere controllata e condotta secondo le volontà del magista che, per la propria incolumità sia fisica che psichica, deve usare tutte le precauzioni possibili.
Chi pratica la magia cerimoniale, appunto, si basa su invocazioni ed evocazioni di spiriti, durante il rito pronuncia formule magiche o di richiamo che dovrebbero comandare un particolare spirito a fare ciò che si vuole. Inoltre nella magia cerimoniale si è soliti usare cristalli, candele, pietre ed erbe, che con la loro energie aiuterebbero il praticante e il rito stesso a compiersi al meglio, si utilizzano poi, anche amuleti, simboli, sigilli o rune, pentacoli che servono per proteggere da spiriti maligni che non vogliono che si porti a termine il rito.
Il praticante è solito chiamare nel circolo magico lo spirito di cui ha bisogno, esso può presentarsi sotto forma di presenza o solo come energia.

Questo tipo di magia può essere utilizzata sia per magia nera, richiamando forze maligne al quanto pericolose, sia per la magia bianca richiamando spiriti buoni di luce e pace, anche in questo caso però bisogna stare ben attenti, perché vampiri energetici o spiriti maligni potrebbero intromettersi nel rito per non farlo portare a termine, è bene quindi praticare questo tipo di magia, con accurata cautela, richiamando sempre e chiedendo aiuto agli spiriti e agli elementi di proteggervi durante il rituale.

mercoledì 8 maggio 2013

Magia rituale

Cos’è la magia rituale? La magia rituale è quella magia dove si operano dei rituali specifici, dei movimenti adatti ad ogni scopo, tutto deve essere fatto in modo corretto con tempi e modi.
Ad esempio, il praticante costruisce la bambola di cera o di pezza, a seconda di ciò che si è deciso, formando l’immagine del suo nemico, la battezza con il suo nome e la getta nel fuoco convito così di aver recato danno al nemico, il praticante infatti non fa altro che sfruttare due importanti leggi occulte:

1.quella della “Magia Imitativa”, secondo cui chi agisce in un certo modo si inducono le forze magiche ad agire nel medesimo modo; 2. quella del “Legame Magico”, per la quale fra la cosa e la rappresentazione della cosa non c’è alcuna differenza, e quindi la bambola che viene battezzata col nome del nemico è il nemico, inoltre spesso per rafforzare questo legame si usa incorporare nella bambolina frammenti del corpo che questo raffigura, del tipo unghie capelli, ciò serve a “dirigere” meglio l’azione delle forze magiche risvegliate dalla magia imitativa.
Come già anticipato all’inizio per indurre, quindi, le forze occulte ad agire in un certo modo, il praticante deve rispettare certe regole fisse che stabiliscono i tempi, le modalità, le successioni dei suoi atti, in questa maniera viene ad elaborare una e vera e propria cerimonia, appunto un rito che esalta al massimo il potere che si raccoglie sia nel praticante che fuori di lui, per dirigerlo secondo la sua volontà e il suo vantaggio.

Le più potenti cerimonie appunto sono quelle della magia rituale nelle quali le forze magiche vengono direttamente evocate, in forma di spiriti, per dare loro ordini o imporre compiti. Concludo dicendo che questo tipo di magia antichissima si deve ritenere molto pericoloso quindi badate bene a ciò che fate, essa è altamente potente e tutto ciò che farete seguendo la magia rituale verrà ottenuta.

La Numerologia è un incredibile strumento in grado di decifrare l’uomo, i suoi meccanismi profondi, i suoi cicli personali.