Una affermazione della numerologia avanzata da alcuni praticanti conclude che, dopo osservazioni empiriche e investigazioni, attraverso lo studio dei numeri l'uomo potrà scoprire aspetti segreti di sé stesso e dell'universo.

sabato 20 aprile 2013

Santo del giorno 20 aprile


Sant' Agnese Segni di Montepulciano Vergine


Nata in anno incerto da famiglia nobile di Montepulciano, a nove anni è – diremmo oggi – in collegio dalle monache, dette “Saccate” dal loro particolare abito. E lì poi rimane. Cinque anni dopo accompagna la maestra delle novizie suor Margherita a Proceno (Viterbo) per fondarvi un nuovo monastero. Passa un altro anno e incredibilmente ne diventa superiora: lei, Agnese, a quindici anni, con approvazione pontificia; e "per la visibile forza esercitata dalla sua santità", come scriverà più tardi fra Raimondo da Capua nella sua entusiastica biografia di Agnese. Una santità di cui parlano tutti, e che poi i cittadini di Montepulciano “sequestrano” per sé: insistono, premono, e infine riescono a farla tornare tra loro da Proceno, per fondare nel borgo di Gracciano un monastero, nel 1306. È dedicato a Santa Maria Novella, si alimenterà della spiritualità domenicana e Agnese ne sarà la badessa fino alla morte.
Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Montepulciano in Toscana, santa Agnese, vergine, che a nove anni indossò l’abito delle sante vergini e solo quindicenne fu eletta, contro il suo volere, alla guida delle monache di Proceno nella Tuscia, dando poi nel monastero in seguito da lei fondato sotto la disciplina di san Domenico mirabile esempio di vera umiltà.




Agnese Segni nacque il 28 gennaio 1268 a Gracciano, piccolo borgo nei pressi di Montepulciano. Agnese sentì fin da piccola il fascino delle cose spirituali e durante una visita con i suoi familiari a Montepulciano vide le suore del "sacco", chiamate così per il rustico sacco che vestivano. nove anni chiese di essere ammessa in convento dove fu subito accolta. A Montepulciano restò solo il tempo necessario per la formazione religiosa di base. Nel 1233, gli amministratori del castello di Proceno, feudo orvietano (oggi in provincia di Viterbo), si recarono a Montepulciano per chiedere l'invio di alcune suore nel loro territorio e Agnese fu tra le prescelte. Agnese, seppur molto giovane, fu nominata superiora del monastero, per le sue doti di umiltà e il grande amore per la preghiera, per lo spirito di sacrificio (per quindici anni visse di pane ed acqua) e per l'ardente amore verso Gesù Eucarestia. A Proceno Agnese ricevette dal Signore il dono dei miracoli: gli ossessionati venivano liberati solo al suo avvicinarsi, moltiplicò in più occasioni il pane e malati gravi riacquistarono la salute. Ma nei ventidue anni che resto a proceno non mancarono le tribolazioni: gravi sofferenze fisiche la tormentarono per lunghi periodi. Nella primavera del 1306 fu richiamata a Montepulciano, dove fa iniziare la costruzione di una chiesa, come chiestogli da Maria in una visione avuta alcuni anni prima in cui la Vergine le donò tre piccole pietre a questo scopo. E' un'altra visione, questa volta di san Domenico, che spinge Agnese a fare adottare alle sue suore la regola di sant'Agostino e ad aggregarsi all'ordine domenicano per l'assistenza religiosa e la cura spirituale. Numerose furono le occasioni in cui Agnese intervenne in città come paciere e risolutrice delle controversie nelle lotte tra le famiglie nobili della località. Nel 1316 Agnese, su invito del medico e dietro le pressioni delle consorelle si recò a Chianciano, per curarsi alle terme. La sua presenza fu d'aiuto ai numerosi malati presenti nella località e Agnese operò numerosi miracoli, ma le cure termali non portarono alcun giovamento alla sua malattia, che peggiorò. Rientrata a Montepulciano, fu costretta a letto. Ormai in punto di morte Agense rincuorava le consorelle invitandole a rallegrarsi perché per lei era giunto il momento dell'incontro con Dio, ciò avvenne il 20 aprile 1317. I frati e le suore domenicane volevano imbalsamare il corpo di Agnese e per questo motivo furono inviati dei signori a Genova per acquistare del balsamo, ma ciò non fu necessario: dalle mani e dai piedi della santa stillò infatti un liquido odoroso che impregnò i panni che coprivano il corpo della santa e ne furono raccolte alcune ampolle. L'eco del miracolo, richiamò numerosi ammalati, che desideravano essere unti dall'olio miracoloso. Come scrisse il beato raimondo da Capua, a distanza di cinquant'anni dalla morte della santa, il suo corpo era ancora intatto, come se Agnese fosse appena morta, e molti erano i miracoli di guarigione che avvenivano nella chiesa, che ormai era conosciuta come "chiesa di sant'Agnese", ma si guariva anche non appena fatto voto di recarsi a visitare la stessa. Di questi miracoli si ha anche una pubblica registrazione fatta da notai già a partire da pochi mesi dopo la morte della santa.


 

venerdì 19 aprile 2013

Lo Studio dei Simboli

«…per raggiungere l'intuitività è propedeutico l'uso dei simboli, perché, ogni simbolo offre all'occhio consapevole la reminiscenza dell'idea posta a suo fondamento.»


Sarà, allora, utile riflettere su quest'azione propedeutica rappresentata dall'interpretazione e l'uso dei simboli. Se è importante per ogni aspirante al vero acquisire la capacità di scorgere l'idea celata dai simboli, dal momento che ogni forma è l'espressione di un'idea (così come lo è l'uomo), per ogni ricercatore è fondamentale apprendere cosa ciò significhi – in particolare per coloro che si muovono in ambiti prettamente simbolici quali la Massoneria. Essa, infatti, rappresenta il contenitore simbolico più articolato allo scopo di salvaguardare i principi che costituiscono il corpo degli Antichi Misteri. Per svelare quanto è celato, bisogna rendersi strumenti adatti. L'unico strumento che consente al metafisico di rendersi fisico, come fatto vissuto nella coscienza e non teorizzato, è costituito da quel mondo composito chiamato Psiche.
Cosa significa rendersi degli strumenti adatti?
Significa essenzialmente passare dall'irreale al reale. In altri termini risolvere il problema dell'Illusione. Essa è la percezione deformata e frammentaria delle idee e della loro interpretazione inadeguata. Non entrando nel merito dei tipi d'Illusione, a cui l'uomo è soggetto, è importante dire che essi differiscono in base alla focalizzazione coscienziale degli uomini. Appare conseguente la necessità di disporre di una facoltà che sappia dissipare, dissolvere e devitalizzare l'Illusione.

Questa facoltà consiste nello sviluppo dell'intuizione.
L'intuizione non è quella capacità di comprendere problemi altrui, sapendo discernere tra situazioni e atteggiamenti; ciò è prerogativa di ogni uomo che abbia una mente lucida e analitica, che sia interessato a capire i problemi altrui.
Avere una visione, ascoltare la voce interiore o reagire compiaciuti ad un insegnamento, non è prova di attività intuitiva.
Non è psicologia intelligente, né amorevole desiderio di porgere aiuto, fattori questi determinati dal rapporto tra una personalità spiritualmente orientata e l'anima che ha coscienza di gruppo.
Intuizione è quella comprensione sintetica che è prerogativa del Sé superiore (l'anima) e si manifesta solo quando essa, dal proprio livello si protende verso il Sé spirituale (la monade) e verso il Sé inferiore (la personalità integrata e che sia, anche solo temporaneamente, coordinata ed unificata).
Ricorrendo alla metafora di un circuito elettrico, dove l'interruttore costituisce la “porta” d'apertura e chiusura, che determina il passaggio dell'energia nel circuito, se il completo dominio dell'“interruttore” trova il suo compimento solo alla Terza Iniziazione (reale e non simbolica), ciò che deve stimolare il nostro impegno a lavorare a tale conseguimento sta nelle parole «anche solo temporaneamente», riferite all'occasionale allineamento della personalità – determinato da una direzione mentale, da un orientamento emotivo e da una coordinazione fisica.
Quello dell'allineamento è un concetto assai rilevante, sul quale non ci soffermiamo per ora. Basti sapere che esistono dei metodi per ogni livello, mentale, emotivo e fisico, che quando correttamente impiegati determinano il controllo del piano in questione da parte del piano superiore (l'unico elemento che determina la gerarchia tra piani, livelli o corpi, è soltanto il grado di vibrazione dell'energia relativa).


L'intuizione produce tre effetti: illuminazione, comprensione e amore.
L'illuminazione, intesa come “luce dell'intelletto” (la chiara visione), consente un riconoscimento interiore, non teorico, ma come fatto acquisito nella propria esperienza, della propria identificazione con quella che possiamo definire la «natura archetipa» del mondo delle idee. Implica attivazione e vibrazione delle cellule cerebrali attorno alla ghiandola pineale, prima assopite, che rispondono per simpatia alla luce dell'intuizione, dal momento che il nucleo di ogni cellula è un punto di luce.
Il padre degli studi moderni sul cervello, Santiago Ramòn y Cajal, descriveva le cellule nervose come «le misteriose farfalle dell'anima, il cui battito d'ali potrebbe forse un giorno chiarire il segreto della vita mentale».
La comprensione implica la grande capacità di amare serbando un distacco personale, che non è separatività, senso d'isolamento e di superiorità. In altre parole, comprendere, decentra da se stessi come fulcro di ogni riferimento. La comprensione intuitiva è sempre spontanea (il femminino in noi), mentre il ragionamento (il mascolino in noi) che interviene nell'analisi di quanto percepito, non è attività dell'intuito.
L'amore che nasce dallo sviluppo dell'intuizione è una forma di empatia così intensa, che le barriere, le critiche e la separatività scompaiono. L'affetto e l'amorevolezza nella loro forma più pura si palesano come conseguenza, generati da qualcosa di più profondo. Un'inclusività della vita e delle necessità di tutti gli esseri, in ogni regno di natura.

Arrivando così all'oggetto della nostra analisi, un metodo che consente lo sviluppo dell'intuizione è lo studio e l'interpretazione dei simboli.
I simboli sono le forme esterne e visibili di realtà spirituali interiori e la facoltà di scoprire la realtà occulta di ogni forma specifica è di per sé indice del risveglio dell'intuito.
Lo studio dei simboli produce tre effetti:
•
il primo è lo sviluppo della facoltà di cogliere la realtà soggettiva, penetrando oltre la forma;
•
il secondo è quello d'integrare anima-mente-cervello e fatto ciò, permettere l'afflusso dell'intuizione;
•
il terzo consiste nell'aumento della tensione di certe zone inattive del cervello, risvegliando le cellule ed i centri energetici della testa.
Il concetto sottostante ad ogni simbolo è sempre sintetico e lo si coglie dall'esame accurato delle sue parti. È opportuno continuare a perseverare nell'analisi finché non si giunga ad esprimere il significato, sintetizzandolo in una sola idea o nome.

I simboli vanno studiati in tre modi: exotericamente, concettualmente ed esotericamente.
La lettura exoterica prevede lo studio della forma nel suo insieme, le linee, il significato numerico, nonché le forme parziali, ovvero la disposizione di cubi, triangoli o stelle ed i loro mutui rapporti.
Il primo contatto con il simbolo, dovrebbe mettere il ricercatore nella condizione di percepire la qualità, la natura della realtà velata dalla forma e in certa misura identificarsi con essa. Questa che è la lettura simbolica, necessita di una conoscenza exoterica di base, che consenta a chi legge di capire, per esempio, che uno o più triangoli esprimono la Trinità o una serie di triplicità nel macro o nel microcosmo; che dove si incontrano le linee convergenti di qualsiasi simbolo, e dove esse si incrociano numerose, quello è un punto di forza e di luce, un punto focale dove la mente può penetrare.
Una volta esaminata la forma si osserva l'effetto che il simbolo suscita su se stessi, in termini di sentimento, aspirazione, sogno.
Vi è poi lo studio concettuale del simbolo che implica il raggiungimento: dell'idea sottostante, espressa dal nome, che indica l'intento superiore ed astratto; del senso che affiora dalla meditazione, che indica il fine espresso in termini di mente concreta; del significato essenziale, integro o parziale, che rivela una qualità emotiva e potrebbe essere il desiderio che suscita in noi.
A questa fase segue la comprensione esoterica, ovvero il riconoscimento sintetico, l'idea essenziale del simbolo. Si tratta di osservare l'effetto che produce in noi l'energia del simbolo, la qualità della vibrazione suscitata, in un centro energetico, nella nostra sfera emotiva o solo nella mente.

Potremmo riassumere l'analisi di un simbolo nelle seguenti fasi:
•
esame exoterico: linea, forma, colore;
•
comprensione della sua qualità emotiva come risposta sensitiva all'influsso della sua natura;
•
considerazione concettuale dell'idea celata dalla forma, del significato intellettuale che il simbolo trasmette;
•
percezione sintetica del suo proposito, il posto che occupa in un certo ordine manifesto, il suo vero intento unitario;
•
identificazione con la qualità e lo scopo del simbolo illuminato dalla mente “salda nella luce”.
Quest'ultimo stadio è sia mentale che cerebrale.

Gli sviluppi che lo studio dei simboli implica, sono essenzialmente tre:
•
l'analisi, con un progresso della consapevolezza fino ad includere l'intero campo che il simbolo comprende;
•
una percezione intuitiva dei simboli;
•
l'uso dei simboli sul piano fisico, con il giusto adattamento ad un fine noto e determinato, il che magnetizza il simbolo con la qualità necessaria perché l'idea si manifesti assumendo una forma fisica adeguata.

Va aggiunto che non esiste un'interpretazione fissa di nessun simbolo, poiché esso avrà per ognuno un significato particolare, in relazione alla capacità di penetrarlo. Una mancanza d'interesse per i simboli presuppone una scarsa capacità d'interpretare le forme di vita ed il loro significato. D'altro canto, un eccessivo interesse accademico può presupporre una mente tortuosa e complessa, che ama il disegno e la linea, la forma e i rapporti numerici, a scapito del suo significato essenziale.
Equilibrare nella mente forma e concetto, espressione e qualità, segno e significato, è d'importanza vitale per lo sviluppo del ricercatore.
Nello studio concettuale dei simboli la coscienza è polarizzata nel corpo mentale e non è richiesto il tentativo di contatto con l'anima o Ego, o di coinvolgerlo. Ecco la distinzione tra la seconda fase di esame dei simboli e l'usuale meditazione. Questa seconda fase concerne l'arte della visualizzazione.
Acquisita familiarità con l'aspetto forma del simbolo, se ne conosce bene il contorno; sappiamo che una particolare combinazione di linee rappresenta una data idea o verità, o un insegnamento. Ciò è impresso nel cervello che attinge alle riserve della memoria. Registrare antiche nozioni e conoscenze riguardo alle figure contenute in un simbolo serve ad elevare la coscienza al piano mentale e a focalizzarla nel mondo delle idee. I concetti esistono sui livelli concreti del piano mentale; sono eredità mentale disponibile per giungere al significato e all'essenza. Forse ora è più chiara l'espressione «ogni simbolo offre all'occhio consapevole la reminiscenza dell'idea posta a suo fondamento»
È un'antica verità quella espressa da Plutarco, quando disse che «un'idea è un Essere incorporeo che non sussiste, ma che dà aspetto e forma alla sostanza informe ed è la causa della sua comparsa».
Questo significa far vivere un simbolo ed è il vero esoterismo; in effetti, man mano che ci si interiorizza passando dalla forma alla natura dell'idea motivante, si scopre un campo di idee analoghe cui appartiene quella velata dal simbolo. Allora, ci si muove liberamente, nel campo di idee correlate e di mutua esplicazione. S'impara a riconoscere idee e concetti dietro ogni forma; si pensano con chiarezza, si scopre dove conducono e la loro funzione nella manifestazione. 

Fonte: http://www.esonet.it/

Santo del giorno 19 aprile


Sant' Espedito di Melitene Martire


Tra tutti i componenti del gruppo dei martiri di Melitene del III secolo celebrati il 19 aprile insieme con Ermogene, Espedito solo ha goduto di un culto popolare assai diffuso, anche se soltanto a partire da un'epoca abbastanza recente. Siccome il Martirologio Geronimiano, dal quale dipendono tutti i martirologi che fino al Romano hanno trasmesso il nome di Espedito, indica solo il nome del martire, è assolutamente impossibile avere notizie precise sull'epoca della sua vita e sul suo martirio. Del culto di Espedito si trova traccia in Sicilia dalla metà del XVIII secolo, specialmente a Messina e Acireale, dove nel 1781 il santo fu proclamato patrono secondario della città e veniva venerato come protettore dei mercanti e dei navigatori. L'iconografia tradizionale lo rappresenta vestito da soldato romano mentre tenta di scacciare un corvo, che grida, mentre il santo mostra un orologio che indica hodie. In raffigurazioni più tarde l'orologio viene sostituito dalla croce, che il santo tiene in mano. (Avvenire)
Etimologia: Espedito = che è ingegnoso, dal greco
Emblema: Palma, Orologio o Croce, Corvo







Le notizie riguardanti S. Espedito si ricavano solamente dai martirologi ed è pertanto impossibile avere dettagli più precisi sulla sua esistenza. Il Martirologio Geronimiano (che risale, nella sua originaria formulazione, alla prima metà del V secolo) commemora il martire Espedito in due date: il 18 aprile (“Romae Eleutheri episcopi et Anthiae matris eius et Parthenii, Caloceri, Fabii, Proculi, Apollonii, Fortunati, Crispini, EXPEDITI, Mappalici, Victorini, Gagi”) ed il 19 aprile (“In Arminia Militana civitate Hermogeni, Gagi, EXPEDITI, Aristonici, Rufi, Galatae una die coronatorum”). La prima data sembra però essere frutto di un errore: si può facilmente dimostrare che i nomi dei presunti compagni di martirio del 18 aprile sono solo ripetizioni di nomi di altri santi. A questo proposito occorre ricordare che gli errori (modificazioni di date, luoghi, ecc.) sono molto frequenti nei martirologi.
In sintesi, le uniche informazioni che sembrano certe riguardano il giorno (19 aprile) ed il luogo di morte (Melitene, ora Malatya, in Turchia); nulla si può dire neanche sulle circostanze del martirio, né sulla sua epoca (l’affermazione che esso avvenne sotto Diocleziano non si fonda su dati storici), sicuramente però anteriore alla redazione del Martirologio Geronimiano.
L’esistenza di S. Espedito è stata più volte messa in dubbio, senza però una ragione basata su prove decisive. Secondo Delehaye, il nome Espedito sarebbe una lettura errata di Elpidio, ma la tesi sembra essere troppo sbrigativa. Infatti, sia S. Espedito che un martire di nome Elpidio morirono a Melitene insieme ad un compagno di nome Ermogene, ma nulla indica che si tratti dello stesso Ermogene: tant’è vero che il Martirologio Geronimiano segnala i martiri “Elpidio ed Ermogene” sempre in date diverse dal 19 aprile, giorno in cui sono invece riportati i nomi di Ermogene, Espedito e degli altri compagni. Appare quindi una forzatura considerare Elpidio ed Espedito appartenenti allo stesso gruppo di martiri o identificarli addirittura nella stessa persona.
E’ anche stata avanzata l’ipotesi che la parola “expeditus” debba essere intesa come aggettivo riferito ad una persona e non come nome proprio. Effettivamente, in latino, tale vocabolo poteva essere sia aggettivo (“libero da impacci”) che sostantivo (“chi è libero da impacci”; nel linguaggio militare, il plurale “expediti” indicava la fanteria leggera). Non ci sono però assolutamente prove per affermare - come qualcuno ha fatto in passato - che “expeditus” sia un aggettivo riferito a S. Menna. L’unico legame tra i due santi consiste nel fatto che entrambi sono rappresentati in vesti militari e, dopo il XVII secolo, la loro iconografia venne confusa in Occidente.
Intorno alla figura di S. Espedito sono nate anche diverse leggende. Frutto di invenzione è ad esempio la storia che presenta S. Espedito come comandante della legione romana Fulminante e autore del miracolo dell’acqua avvenuto all’epoca di Marco Aurelio.
Esiste poi un’altra leggenda, diffusa in numerose versioni: in ognuna di esse si spiega che il nome “Expeditus” deriverebbe dalla scritta ”spedito” posta su un pacco contenente le reliquie di un santo sconosciuto. Naturalmente, queste storie sono completamente false, dal momento che il nome “Expeditus” si trova già nel Martirologio Geronimiano. Una variante di questa leggenda è presente anche in una poesia, all’interno della raccolta Palmström (1810), dell’autore tedesco Christian Morgenstern (München, 1871 - Merano, 1941); in quest’opera viene inoltre nominata un’opposizione da parte della Chiesa di Roma al culto del santo.
Per quanto riguarda il culto di S. Espedito, sicuramente il nome “Expeditus” ha facilitato giochi di parole e così egli è diventato il santo della rapidità per antonomasia. Inizialmente invocato per le cause urgenti, è divenuto patrono dei commercianti (per il celere disbrigo degli affari) e dei naviganti; per lo stesso motivo viene anche pregato dagli esaminandi e per il buon esito dei processi.
S. Espedito è raffigurato nelle vesti di soldato (il termine latino “expeditus”, come già accennato, significa anche “armato alla leggera”) e calpesta un corvo che grida “cras” (“domani” in latino): secondo una leggenda, tale corvo, che rappresenta lo spirito maligno, apparve a S. Espedito dopo la conversione al cristianesimo. Nell’area germanica il santo è rappresentato con un orologio, mentre nel resto del mondo ha in mano un crocefisso (elemento aggiunto in epoca successiva) con la scritta “hodie” (“oggi” in latino).
Il culto, al contrario di quanto si legge solitamente, non è di origine piuttosto recente (non nacque cioè in Sicilia e in Germania nel XVII secolo): già nel Medio Evo a Torino esisteva la contrada di S. Espedito ed il santo era patrono dei commercianti; inoltre, in Francia, il culto del santo risale almeno al XVI secolo. All’inizio del XX secolo vi furono numerose dispute intorno alla soppressione del culto: nel 1905 si diffuse addirittura la voce - infondata - che esso era stato vietato.
Attualmente S. Espedito è conosciuto ed invocato in molti Paesi, in particolare Austria, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Filippine, Francia (ed in special modo nell’Ile de La Réunion), Italia (soprattutto in Sicilia, Campania e Lombardia), Germania, Messico, Nicaragua, Panama, Perù, Russia, Spagna, Turchia, Uruguay, Venezuela, Stati Uniti.






Tra tutti i componenti del gruppo dei martiri di Melitene venerati il 19 aprile insieme con Ermogene, Espedito solo ha goduto di un culto popolare assai diffuso, anche se soltanto a partire da un'epoca abbastanza recente. Siccome il Martirologio Geronimiano, dal quale dipendono tutti i martirologi che fino al Romano hanno trasmesso il nome di Espedito, indica solo il nome del martire, è assolutamente impossibile avere notizie precise sull'epoca della sua vita e sul suo martirio.
Anzi il Delehaye ha avanzato l'ipotesi che il nome di Espedito non sia altro che una lettura sbagliata di quello di Elpidio, altro martire del gruppo di Melitene, il cui nome ci è pervenuto sotto ben cinque forme diverse.
Del culto di Espedito si trova traccia in Sicilia dalla metà del sec. XVIII, specialmente a Messina e Acireale, dove nel 1781 il santo fu proclamato patrono secondario della città e veniva venerato come protettore dei mercanti e dei navigatori e, in modo più generale, era invocato per il celere disbrigo degli affari (negotiorum et expeditionum patronus). Un secondo centro di devozione particolare ad Espedito si trova nella Germania meridionale e sembra che all'origine le ragioni di tale venerazione fossero uguali a quelle di Sicilia.
L'iconografia del santo è molto suggestiva. Abitualmente rappresentato vestito da soldato romano Espedito tenta di scacciare un corvo, che grida cra cra, mentre il santo mostra un orologio che indica hodie. In raffigurazioni più tarde l'orologio viene sostituito dalla croce, che il santo tiene in mano. Dal non rimettere a domani ciò che si deve e si può fare oggi, Espedito è divenuto il santo nemico del domani, al quale ci si deve rivolgere per ottenere la concessione immediata, oggi stesso, di qualsiasi grazia chiesta. E non è inutile notare che questa opinione popolare, che sa di superstizione, è legata, almeno nel mondo latino, a un facile gioco verbale sul nome del santo.



Fonte: http://www.santiebeati.it


 

giovedì 18 aprile 2013

Santo del giorno 18 aprile

Beato Andrea da Montereale

Nato a Mascioni (L'Aquila) da una modesta famiglia intorno al 1403, a quattordici anni entrò nel vicino monastero degli agostiniani di Montereale. Nel 1431 fu studente di teologia a Rimini, e negli anni successivi a Padova e Ferrara, ottenendo prima i gradi scolastici di lettore e baccelliere e poi quello di maestro in sacra teologia. Nel 1453 e nel 1471 fu eletto provinciale dell'Umbria. In più occasioni il generale dell'Ordine lo nominò suo vicario per ristabilire l'osservanza nei conventi di Norcia, di Amatrice e di Cerreto di Spoleto. Superate alcune incomprensioni e ingiuste accuse che lo spinsero a lasciare gli incarichi il beato Andrea nel 1471 fu eletto di nuovo provinciale. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel convento di Montereale, dove morì nell'aprile del 1479 e dove, nella chiesa che fu dell'Ordine, si venerano le sue spoglie mortali. Il suo culto fu approvato da Clemente XIII l'11 maggio 1764. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Montereale in Abruzzo, beato Andrea, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che si dedicò alla predicazione in Italia e in Francia.



Nato a Mascioni (L'Aquila) da una modesta famiglia intorno al 1402/04, a quattordici anni entrò nel vicino monastero degli agostiniani di Montereale. Nel 1431 fu studente di teologia a Rimini, e negli anni successivi a Padova e Ferrara, ottenendo i gradi scolastici di lettore e baccelliere. Nel 1438 fu inviato in studio et universitate Senensi per spiegare i libri delle Senteme, e in seguito gli fu concesso il titolo di maestro in sacra teologia.
Nel 1453 e nel 1471 fu eletto provinciale dell'Umbria. Unitamente ai suoi impegni di governo e d'insegnamento dovette svolgere altri delicati compiti, giacché per la sua comprovata rettitudine in più occasioni il Padre Generale dell’Ordine lo nominò suo vicario per ristabilire l’osservanza nei conventi di Norcia, di Amatrice e di Cerreto di Spoleto. L'esercizio di questo incarico di riformatore gli cagionò non poche sofferenze e incomprensioni.
Essendo priore e reggente dello studio di Siena, rinunziò ai due uffici probabilmente a causa delle accuse che alcuni religiosi inviarono a Roma contro di lui. Ignoriamo il risultato della verifica che seguì, ma ci è pervenuto il giudizio del Padre Generale Massari da Cori, Preside nel 1463 dello Studio di Perugia, il quale scrisse che Andrea sopportando le ingiustizie e mostrando sempre pazienza “maximum ostendit exemplum sanctitatis”. I fatti posteriori confermano questo elogio giacché, nel 1471 fu eletto di nuovo Provinciale e mantenne la stima e la fiducia dei superiori maggiori dell'Ordine, che continuarono a servirsi di lui per promuovere la regolare osservanza.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel convento di Montereale, dove morì nell’aprile del 1479 e dove, nella chiesa che fu dell'Ordine, si venerano le sue spoglie mortali. Tra le festività locali legate alla sua memoria spicca tuttora quella celebrata il 13 di settembre, giorno in cui nel 1691 elevò la destra dalla tomba a protezione del paese dal terremoto.
Il suo culto fu approvato da Clemente XIII l’ 11 maggio 1764.
La sua memoria liturgica ricorre il 18 aprile.  

mercoledì 17 aprile 2013

L'esoterismo dei Numeri

I numeri sono la sostanza di tutte le cose. 

Appaiono infatti, ricorrenti nei secoli, rapporti numerici nelle strutture architettoniche, pittoriche, scultoree, nei mosaici, nelle vetrate e nelle figure decorative. Sembra quasi che tutti gli artisti abbiano svolto un lavoro collegiale, vale a dire abbiano avuto scambi verbali e di studio fra di loro. Essendo però ciò impossibile, dobbiamo dedurre che il punto di unione sia stato un linguaggio numerologico che li accomunava. Solo se pensiamo in questi termini possiamo supporre che sia esistito un Messaggio Esoterico trasmesso attraverso determinati numeri ricorrenti rispettando determinate proporzioni.

Il Reghini ha evidenziato come i liberi muratori tardo medievali identificassero l'arte architettonica con la scienza della Geometria e dessero alla conoscenza dei numeri tale importanza da giustificare la pretesa di essere i soli ad avere conoscenza dei Numeri Sacri.

Poiché tutto fa riferimento alla scuola Pitagorica, mi sembra doveroso a questo punto rinfrescare la nostra memoria sui concetti fondamentali di questa.

La scuola Pitagorica fiorì nel VI secolo a.C. e si fondava sui seguenti punti:

•  I Numeri sono la sostanza di tutte le cose;

•  L' Universo è armonia;

•  La credenza nell' Immortalità e nella Trasmigrazione delle anime;

•  La Scuola intesa come associazione di carattere religioso;

•  La validità del Simbolismo.

I discepoli ammessi a questa scuola passavano attraverso quattro gradi di studio e di perfezionamento morale:

•  il Primo: gli uditori o exoterici che potevano solo ascoltare la parola del Maestro senza rivolgergli alcuna domanda;

•  il Secondo: concerneva lo studio dei principi della Filosofia, della Teologia e di Altre Scienze;

•  il Terzo: riguardava lo studio della perfezione che avviava alla Purificazione;

•  il Quarto: detto della Epifania (apparizione). Solo a questo grado i discepoli potevano rivolgere domande al Maestro e apprendere le verità segrete.

Per cui, per i Pitagorici i numeri rappresentavano fondamentalmente il tutto e si distinguevano in Intellettuali quelli esistiti da sempre nella mente di Dio e Scientifici che derivavano dall' Unità. Sempre secondo Pitagora questi ultimi si distinguono in numeri dispari e in numeri pari e, vengono indicati come Numeri Sacri perché intesi non nel senso comune profano ma nel senso sacro e iniziatico tradizionale, cioè come mezzi di ragionamento, che possono aprire la mente umana all'idea del “Divino”, dell' “Armonia Universale” e dell' “Elevamento spirituale dell'uomo”.

Per la Scuola Platonica invece il Numero era considerato come generatore di quell'Armonia che costituisce la base del Cosmo e quindi dell'Uomo stesso. 


Fonte: http://www.esonet.it/

Santo del giorno 17 aprile


Sant’ Acacio di Militene Vescovo






L’anacoreta Sant’Eutimio narra che Acacio era lettore presso la chiesa di Melitene in Armenia. Nato da una ricca famiglia ed educato da insigni maestri e letterati, il vescovo Otrea lo nominò precettore dello stesso Eutimio, poi autore della “passio” del santo. Prima del Concilio di Efeso (431), al quale prese parte militando fra gli antinestoriani, Acacio fu elevato all’episcopato. Il santo vescovo era legato da amicizia a Nestorio, ma era però evidente come le posizioni di Cirillo d’Alessandria fossero dettate da piena aderenza all’ortodossia piuttosto che dall’antica rivalità fra la sede di Alessandria e quelle di Costantinopoli ed Antiochia. Acacio ebbe comunque anche da ridire circa le ambigue posizioni tenute da Giovanni di Antiochia.
Acacio fu prescelto insieme ad altri sette per essere legato presso l’imperatore Teodosio II e riferirgli circa le mene degli antiocheni, che a loro volta non esitarono a respingere e rivolgere le medesime accuse allo stesso Acacio. In realtà questi mantenne sempre una chiara opposizione alle teorie nestoriane e, per aver partecipato alla consacrazione del successore di Nestorio alla sede costantinopolitana, Giovanni di Antiochia lo fece deporre da Melitene. Quest’ultimo si riconciliò infine con Cirillo d’Alessandria, ma Acacio mantenette una posizione di aperta intransigenza.
Verso il 435, l’ex-vescovo di Melitene continuava a lamentare la velenosa sopravvivenza dell’eresia nestoriana, ufficialmente tramontata e decise di combattere Teodoro di Mopsuestia, appoggiato da Rabbula di Edessa, inviando lettere ai vescovi d’Armenia circa la condotta da tenere. Pare che comunque il santo non partecipò alle controversie monofisite. Secondo Filartete, vescovo di Cernicov, Acacio sarebbe morto nel 435, ma probabilmente anche più tardi, ma in ogni caso prima del 449, quando salì sulla cattedra episcopale di Melitene il suo successore Costantino. Nel 449 al concilio di Melitene Sant’Acacio fu commemorato quale “nostro padre e nostro dottore”.
 

martedì 16 aprile 2013

Santo del giorno 16 aprile


Santa Engrazia Vergine e martire



Il Martyrologium Romanum riporta in data odierna, 16 aprile, ben tre distinte commemorazioni a dei santi che subirono il martirio presso la città spagnola di Saragozza durante la medesima persecuzione indetta dall'imperatore Diocleziano:
- Ottato con 17 compagni: Luperco, Successo, Marziale, Urbano, Giulia, Quintiliano, Publio, Frontone, Felice, Ceciliano, Evodio, Primitivo, Apodemio e quattro di nome Saturnino;
- la vergine Engrazia;
- Caio e Crescenzio.
Talvolta questo gruppo viene definito “Innumerevoli Martiri di Saragozza”.
Il poeta Prudenzio (circa 348-410), originario proprio di Saragozza, scrisse un inno dedicati ai martiri suoi concittadini, elencando tutti i loro nomi, ma senza specificare come vennero uccisi. L'inno tratta anche di una certa Santa Encratis (o Engrazia), vergine, che durante tale persecuzione patì orribili torture, dettagliatamente descritte da Prudenzio. Questi la definisce “giovane veemente” per il modo in cui difese la propria fede, da quanto risulta, sopravvisse alle torture, in quanto il poeta definisce la sua casa “santuario di una martire vivente”, fino a quando il suo corpo piagato non si arrese. Agli storici pare probabile che Engrazia abbia subito la persecuzione in un tempo successivo ad Ottato e probabilmente visse in un'epoca più vicina a quella di Prudenzio. Il nome della santa, senza dubbio la più famosa del gruppo, è talvolta riportato in varie forme ed il suo culto si diffuse in tutta la Spagna e sui Pinerei.
Sant'Ottato ed i suoi compagni furono venerati in special modo proprio nella chiesa a lei dedicata. In occasione del sinodo di Saragozza del 592, il santuario dedicato alla memoria dei santi martiri fu riconsacrato e fu redatta una Messa propria, nota come “Messa di Santa Engrazia o dei diciotto martiri”. La nuova consacrazione fu celebrata il 3 novembre e proprio in tale anniversario, per un certo periodo, venne celebrata la festa di questi santi, anche se è più consona la data odierna indicata dal nuovo Martirologio cattolico.  

La Numerologia è un incredibile strumento in grado di decifrare l’uomo, i suoi meccanismi profondi, i suoi cicli personali.