Una affermazione della numerologia avanzata da alcuni praticanti conclude che, dopo osservazioni empiriche e investigazioni, attraverso lo studio dei numeri l'uomo potrà scoprire aspetti segreti di sé stesso e dell'universo.

martedì 11 giugno 2013

Santo del giorno 11 giugno


San Barnaba Apostolo


Barnaba (figlio della Consolazione), cipriota, diede agli Apostoli ciò che ricavò dalla vendita del suo campo: "Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba "figlio dell'esortazione", un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l'importo ai piedi degli apostoli e uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. Accreditò Paolo di fronte alla Chiesa, fu suo compagno nel primo viaggio missionario e nel primo Concilio di Gerusalemme. (Mess. Rom.)
Etimologia: Barnaba = figlio di consolazione, dall'arameo
Martirologio Romano: Memoria di san Barnaba, Apostolo, che, uomo mite e colmo di Spirito Santo e di fede, fu annoverato tra i primi fedeli di Gerusalemme. Predicò il Vangelo ad Antiochia e introdusse Saulo di Tarso da poco convertito nel novero dei fratelli, accompagnandolo pure nel suo primo viaggio per l’evangelizzazione dell’Asia; partecipò poi al Concilio di Gerusalemme e, fatto ritorno all’isola di Cipro, sua patria di origine, vi diffuse il Vangelo.





L’ebreo Giuseppe nativo di Cipro si fa cristiano, vende un suo campo e consegna il ricavato "ai piedi degli apostoli", in Gerusalemme. Così lo incontriamo, presentato dagli Atti degli Apostoli, con questo gesto di conversione radicale. La Chiesa neonata impara presto a onorarlo col soprannome di Barnaba, ossia “figlio dell’esortazione”. E la sua autorità cresce. Un giorno i cristiani di Gerusalemme sono sottosopra perché in città è tornato Saulo di Tarso, già persecutore spietato. Dicono che ora sia cristiano, ma chi si fida? Ed ecco che Barnaba, preso Saulo con sé, "lo presentò agli apostoli", dicono gli Atti, garantendo per lui. Basta la sua parola: Saulo, che poi si chiamerà Paolo, "poté stare con loro".
Qualche tempo dopo arriva la notizia che ad Antiochia di Siria si fanno cristiani anche dei non ebrei: novità mai vista. La Chiesa di Gerusalemme "mandò Barnaba ad Antiochia"; è l’uomo delle emergenze. E ad Antiochia capisce subito: "Vide la grazia del Signore e si rallegrò". Nessuna incertezza, nessun “vedremo”, “concerteremo”: subito egli invita "tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore". Risoluto lui per primo, porta Paolo da Tarso ad Antiochia, predicano insieme, poi insieme portano soccorsi ai cristiani di Gerusalemme affamati da una carestia.
Ad Antiochia matura il piano per una missione in terra pagana, diretta anzitutto alle comunità ebraiche, ma che poi si aprirà a tutti. Barnaba e Paolo sono designati all’impresa, prendendo con sé il giovane indicato all’inizio come "Giovanni detto Marco", cugino di Barnaba. Quello che, secondo l’antica tradizione cristiana, sarà poi l’evangelista Marco. Questo primo viaggio missionario tocca Cipro e una parte dell’Asia Minore.
Barnaba è ancora con Paolo (verso l’anno 49) a Gerusalemme, per la focosa disputa sui pagani convertiti (devono circoncidersi o no?), che porterà alla decisione di non imporre loro altri pesi, oltre ai precetti profondamente radicati nell’animo degli ebreo-cristiani.
Tra gli anni 50 e 53 c’è il secondo viaggio missionario che toccherà anche l’Europa. Barnaba vorrebbe portare ancora Giovanni-Marco, ma Paolo rifiuta, perché nel primo viaggio il giovane si è separato da loro. Insiste Barnaba, ed è rottura completa. Gli Atti dicono soltanto: "Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro". E non parleranno più di lui. Se ne ricorda invece assai Paolo, probabilmente riconciliato con Marco: scrivendo ai Colossesi e a Filemone, manda loro i saluti anche "di Marco" (e ai Colossesi precisa: "il cugino di Barnaba"). Infine, nella prima lettera ai Corinzi, l’apostolo ricorda che anche Barnaba, come lui, si manteneva col suo lavoro. Non poteva essere altrimenti per il “figlio dell’esortazione”, che per farsi cristiano si è fatto innanzitutto povero.




 

lunedì 10 giugno 2013

I MESI E I SANTI NELLE TRADIZIONI POPOLARI

Nel mese di GENNAIO
A Sant'Antonio Abate e a San Sebastiano si rivolgono invocazioni per la guarigione dall'erpes zoster e dalla polmonite. A Gragnano in provincia di Napoli il 19 gennaio , giorno prima della festa di San Sebastiano , si usa accendere un grande falo' davanti alla chiesa dove è custodita la statua del Santo affinchè il patrono della citta' sia ben riscaldato per la processione del giorno seguente.


FEBBRAIO
a San Biagio viene praticata l'unzione della gola ai fedeli nel corso della celebrazione liturgica, al fine di debellare il mal di gola.
Il 5, festa di Sant'Agata, è il giorno dedicato alle donne che allattano, soprattutto a quelle affette da agalassia(mancanza di latte)E' usanza ancora, di far bere alla puerpera un decotto ricavato dall'ebollizione di cavallucci marini. Un'ultima consuetudine praticata è quella di compiere abluzioni del petto con la rugiada delle siepi per scongiurare mali al seno e per renderlo più bello.
Altra ricorrenza importante è quella dedicata a Santa Apollonia che viene invocata per la cura del mal di denti.

MARZO
Una credenza popolare impone che nel primo venerdì del mese si accorcino i capelli per scongiurare malocchi e dolori di testa.Il malocchio, inteso come una influenza maligna che scaturisce da uno sguardo invidioso (n' ucchie malamente) e che provoca mal di testa, malinconia, stanchezza, si esorcizza di solito con la pronuncia di uno scongiuro accompagnata da alcuni gesti rituali. Si fanno cadere tre gocce d'olio su un piatto con appena un po' d'acqua: se la goccia si allarga è malocchio e le persone che l'hanno fatto sono tante quante le gocce che si formano. Se la goccia si allarga a forma di rosa a fare il malocchio è stata una donna, se la goccia assume la forma di una bottiglia, allora è stato un uomo.

APRILE
E' il mese della Santa Pasqua e dei riti liturgici che l'accompagnano.Tradizionalmente, soprattutto in coincidenza della Pasqua, si confezionano pani lievitati o dolci a forma d'agnello, di bambole, di cavalli o di serpenti addirittura, che assumono un evidente significato sacrale, ricorrente anche in altre occasioni, come ad esempio a Natale, a San Sebastiano, a San Biagio e a Santa Lucia.Il pane è dono di Dio ed è diffusa la credenza che in esso dimori addirittura la Divinità, al punto che se un pezzo di pane cade a terra viene subito raccolto e baciato.
Usanza analoga è quella di non calpestare neanche le briciole cadute a terra, che vanno invece immediatamente raccolte, per non essere costretti a farlo all'altro mondo .

MAGGIO
prende il nome da Maya invocata dai pagani per la fertilità dei campi e delle donne, è caratterizzato dal bel tempo, dagli alberi in fiore, dai primi frutti.dai profumi intensi e dai riti e dalle feste ancora molto diffusi nelle campagne.
La festività religiosa più importante è quella del Santo Legno della Croce, che si celebra il giorno tre con una solenne processione, ma non meno sentite sono quelle dedicate alla Madonna della Penna, a San Nicola della Méta, a Sant'Antonio Abate.Per la guarigione dei dolori s'invoca soprattutto S. Mauro
Le belle serate si riempiono lucciole che si confondono con le stelle in cielo, ma attenzione a non contare gli astri con le dita perché potrebbero nascervi porri sulle mani.
Insomma è il mese dell'incanto e dell'incantesimo, dello charme, come dicono i francesi, da cui sembra derivare il termine dialettale o 'ngiarmatore, che sta ad indicare appunto
l'incantatore ed in particolare un curatore di cristiani o d'animali dotato di poteri magici.

GIUGNO
Un mese solare, nel quale arrivano a maturazione il grano e gli altri frutti della terra e che reca celebrazioni importanti.
La ricorrenza più importante è quella del 24, dedicata a San Giovanni con il solstizio d'estate, un appuntamento che richiama antiche credenze e paure mai sopite di presenze magiche e soprannaturali. Questo giorno è creduto infausto per uscire in mare.

LUGLIO
Per il mal di testa dovuto all'eccessiva esposizione ai raggi solari si invoca San Silvestro.
Contro la grandine, che secondo la credenza popolare sarebbe provocata da spiriti maligni, da bambini morti senza battesimo, da streghe o da diavoli, si fanno scongiuri invocando San Giovanni Battista.
Contro la tromba marina che spesso si forma all'improvviso d'estate, i pescatori mimano con un coltello dal manico nero il gesto di tagliare la nuvola minacciosa, mentre pronunciano uno scongiuro all'indirizzo di San Liborio, la cui festa è prevista in calendario al giorno 23. Anche Santa Barbara viene invocata nelle stesse circostanze.

AGOSTO
Mese pieno di ricorrenze che ripropongono rituali antichi. C'è, ad esempio, quella di offrire Il decotto di corallina, ma anche l'aglio e la ruta, per sverminare i bambini dalla tenia intestinale.
Altre ricorrenze sono quella di S. Osvaldo, invocato contro i terremoti e quella di S. Donato, al quale ci si rivolge per guarire dall' epilessia.
Tra le altre usanze praticate si ricordano quelle di assaggiare le noci nel giorno di S. Lorenzo e quella di donare le campanelle ai bambini e le ciotoline alle bambine nel giorno della fiera di S. Rocco.

SETTEMBRE
L'autunno incalza e le giornate si accorciano. Anche questo mese, in coincidenza con alcune ricorrenze religiose, presenta i suoi rituali e le sue usanze. L'intervento di S. Matteo, che si festeggia il 21, s' invoca per guarire dalla sciatica mentre ai santi martiri Cosma e Damiano, protettori dei medici, s'intercede per ottenere la guarigione da tutti i malanni possibili.
Soprattutto per i bambini. La preoccupazione di proteggere la salute e la crescita dei bambini ha dato origine anche ad alcuni rimedi e comportamenti, oggidì poco praticati o meccanicanicamente ripetuti senza cognizione di causa. Uno di questi, ad esempio, è l'usanza di non baciare il neonato non battezzato, perché considerato ancora pagano; così come appuntargli alla camicia o sulla culla oggettini scaramantici a forma di corno, di cuore o di àncora.
Diffusa rimane la credenza, inoltre, di non far passare il bambino sotto la tavola imbandita, perché ciò ne impedirebbe la crescita, e di non dirgli mai che è bello, ma sempre che Dde l'abbendìche, che Dio lo benedica.

OTTOBRE
Ottobre, mese del vino, della vendemmia e della semina. In campagna è tutto un gran daffare prima dell'inverno. Ricorrenze religiose importanti sono San Luca Evangelista, patrono dei pittori, Sant'Orsola, patrona delle maestre, i Santi Crispino e Crispiniano, patroni dei calzolai.

NOVEMBRE
Inizia con la festa di Ognissanti, che anticamente rappresentava una sorta di festa della Befana con la distribuzione di doni ai bambini che la sera prima avevano appeso le calze al camino.
Il giorno successivo ricorre la Commemorazione dei morti, durante la quale vengono ripetuti rituali antichissimi, come quello di tenere la tavola imbandita durante la notte della vigilia con i piatti pieni di cibo oppure di offrire in memoria pizzelle al forno.
Novembre è però anche il mese dell'estate di San Martino e della prima spillatura del vino nuovo.San Martino oltre ad essere considerato il protettore dei mariti traditi, viene anche invocato per la cura del mal di pancia.

DICEMBRE
si festegga a dicembre
Santa Barbara, che viene invocata dai marinai e dalle loro famiglie contro la tromba marina,; San Nicola, invocato dalle mamme per il dono della parola ai figli ma anche contro la grandine e gli incendi.quindi l'Immacolata Concezione e Santa Lucia alla quale ci si rivolge per la cura dalle affezioni degli occhi in genere ed in particolare dell'orzaiolo.

Santo del giorno 10 giugno


Beata Diana degli Andalò Vergine


Nacque a Bologna verso il 1200. Ammiratrice dei primi Predicatori, appoggiò il beato Reginaldo di Orléans, uno dei padri predicatori mandati da san Domenico a Bologna, nella compera della località di Vigne, contigua alla chiesa di San Nicolò, la futura chiesa di san Domenico. L'atto porta la data del 14 marzo 1219. Quando nell'agosto dello stesso anno san Domenico andò a Bologna, Diana, con altre giovani dame, fece nelle sue mani il voto di vita religiosa. L'anno dopo chiese a san Domenico di poter fondare un monastero. Si decise così l'acquisto di un terreno a tale scopo alla periferia della città, ma il vescovo negò la sua autorizzazione. Il 22 luglio 1221 Diana entrò nel monastero delle Canonichesse di Ronzano, ma ne fu strappata dai parenti con la violenza; nel trambusto, la ragazza ebbe una costola rotta. San Domenico la consolò con lettere, oggi perdute. Poté tuttavia tornare a Ronzano, dove dimorò fino al giugno 1223. Dopo che il beato Giordano di Sassonia, successore di san Domenico, ebbe fondato il monastero di Sant'Agnese, Diana vi vestì l'abito dell'Ordine e ne fu eletta superiora. Morì nel 1236. (Avvenire)
Etimologia: Diana = celeste, luminosa, divina, dal sanscrito
Martirologio Romano: A Bologna, beata Diana d’Andalò, vergine, che, superati tutti gli impedimenti posti dalla famiglia, emise voto di vita claustrale nelle mani dello stesso san Domenico, entrando nel monastero di Sant’Agnese da lei stessa fondato.





Nella traslazione e ricognizione delle reliquie di Diana d'Andalò, fatta nel 1510 nel monastero bolognese di S. Agnese, si trovarono nella medesima tomba tre corpi, due dei quali furono attribuiti rispettivamente a Diana e a Cecilia. Il terzo, che allora non fu identificato, nella traslazione successiva (1584) fu attribuito a suor Amata, presunta monaca venuta con altre sorelle nel 1224, su invito del b. Giordano di Sassonia, da S. Sisto a S. Agnese per stabilirvi la vita domenicana. Tale identificazione, evidentemente fondata su Galvano Fiamma, manca di qualsiasi conferma. Il culto di Diana, Cecilia e Amata fu approvato il 24 dicembre 1891 da Leone XIII e la loro festa stabilita al 9 giugno. I corpi delle beate si conservano tuttora nel monastero di S. Agnese di Bologna.
Diamo ora la biografia di Diana.
DIANA di Andalò. Nacque a Bologna verso il 1200 da Andrea Lovello, soprannominato Andalò (donde il suo cognome) e da Ota. Ammiratrice dei primi Predicatori, appoggiò il b. Reginaldo di Orléans, uno dei padri predicatori mandati da s. Domenico a Bologna, nella compera della località di Vigne, contigua alla chiesa di S. Nicolò, la futura chiesa di S. Domenico. L'atto porta la data del 14 marzo 1219. Quando nell'agosto dello stesso anno s. Domenico andò a Bologna, Diana, con altre giovani dame, fece nelle sue mani il voto di vita religiosa, presenti il menzionato p. Reginaldo ed altri testimoni. L'anno dopo ella insisté presso s. Domenico per la fondazione di un monastero. In un capitolo conventuale il santo istituì una commissione che decise l'acquisto di un terreno a tale scopo alla periferia della città, ma il vescovo negò la sua autorizzazione.
Il 22 luglio 1221 Diana entrò nel monastero delle Canonichesse di Ronzano, ma ne fu strappata dai parenti con la violenza; nel trambusto, la ragazza ebbe una costola rotta. S. Domenico la consolò con lettere, oggi perdute. Poté tuttavia tornare a Ronzano, dove dimorò dal nov. 1222 al giugno 1223. Dopo che il b. Giordano di Sassonia, successore di s. Domenico, ebbe fondato il monastero di S. Agnese, Diana vi vestì l'abito dell'Ordine e ne fu eletta superiora. Diresse da vera madre la nuova comunità religiosa e morì, si ritiene, nel 1236. 

venerdì 7 giugno 2013

La Magia dei Salmi


“Elì Elì lama sabactani!”, Queste parole, che tradotte corrispondono alla ben nota invocazione del Cristo morente: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” sono tratte dal meno noto salmo 22 e si riferiscono esattamente ai primi due versetti del medesimo. Il particolare assume un significato realmente importante, se consideriamo che il Messia sigilla con questa frase l’atto conclusivo della propria missione terrena. Nel momento in cui si compie l’estremo sacrificio, si rivolge al Padre nelle ultime parole di un appello che si fa preghiera. Recitando l’inizio di un salmo.
Forse oggi può sembrare persino paradossale, ma fino a non moltissimi anni orsono parlare di salmi suscitava spesso inquietanti interrogativi relativi al termine stesso. Certamente non per quanti potevano disporre di un pur minimo bagaglio culturale religioso o esoterico, ma per molti questa antica parola restava (e ancora sovente rimane) avvolta nel mistero dei vocaboli astrusi.
Ultimamente questa singolare lacuna pare notevolmente ridotta, grazie anche alla straordinaria diffusione di testi occultistici, conseguenza diretta della “moda” o “interesse” per il magico e il misterico dilagata in special modo negli ultimi decenni.
In pratica risulta assai difficile oggi trovare un libro di magia o scienze occulte – dalle ristampe dei classici alle opere dei moderni e dei contemporanei – nel quale non vi siano riferimenti diretti o indiretti all’azione o al significato esoterico dei salmi. E questo legame ha radici antiche.
L’origine dei salmi rimane ancora oggi in gran parte un enigma, tuttavia è ormai opinione comune, suffragata da documenti di carattere storico inoppugnabili, che alla formazione del Salterio abbiano quantomeno contribuito le culture egizia e assiro-babilonese. G. Castellino, nell’opera “Le lamentazioni individuali e gli inni in Babilonia e in Israele” rileva tracce evidenti di influssi di impronta religiosa mesopotamica in vari salmi, come il 13, il 18, il 21 ed altri.
Dallo studio approfondito di A. Baruq (“L’Expression de la louange divine et de la prière dans la Bible et en Egypte”), nel quale l’autore analizza alla luce della letteratura egiziana i salmi biblici, si può inoltre facilmente giungere alla conclusione che i salmisti israeliti abbiano attinto ampiamente alla tradizione religiosa e iniziatica egizia1. A questo proposito, l’illustre storico delle civiltà del passato W. Durand pone in rilievo la evidente somiglianza tra il bellissimo Inno al Dio Unico Aton, attribuito al faraone monoteista Akhenaton e il salmo 104. Infine, può essere utile ricordare le ricerche svolte in anni più recenti da vari studiosi che hanno stabilito interessanti parallelismi tra il testo biblico, con particolare riferimento ai salmi, e il materiale letterario ugaritico, concernente i salmi, venuto alla luce a Ras Samra (l’antica Ugarit), mentre già nel 1936 H.L. Ginsberg, dall’analisi comparata dei testi, poteva affermare che il salmo 29 risultava un antico inno cananeo riguardante Baal, leggermente ritoccato per essere accolto nel culto di Jahvè.
Poter stabilire che la struttura di una parte cospicua dei salmi risulti sostanzialmente essai più antica del testo che fino agli inizi del secolo era ritenuto l’unica fonte originale, è da ritenersi d’importanza fondamentale ai fini di una ricerca organica e di un’interpretazione esoterica precisa, oltreché oggettiva.
Per quanto riguarda la denominazione “salmo”, risalente allo stesso Nuovo Testamento, risulta molto interessante osservare la derivazione dal greco “psaltèrion”, termine utilizzato per indicare lo strumento a corda – una specie di cetra – che accompagnava solitamente i canti e gli inni. Il titolo di “Salmi” che assume l’intera raccolta delle 150 composizioni liriche dell’Antico Testamento, proviene appunto dall’ebraico “Mizmor” (inno o canto che presuppone un sostegno musicale), mentre nella Bibbia ebraica il salterio veniva indicato con il termine “Theillim” (inni) o Sepher Theillim (Libro degli Inni o delle Laudi).
Il testo ufficiale e comune a ogni Antico Testamento comprende 150 salmi, sia nel “Testo Masoretico” (il testo ebraico originario, di struttura prevalentemente consonantica, la cui interpretazione vocalica è stata tramandata dapprima oralmente e poi fissata in scritto mediante un sistema di puntuazione elaborato dalle varie scuole rabbiniche, i “Masoreti”), sia nelle antiche traduzioni, dette “LXX” (greca) e “Volgata” (latina), da secoli le più note in Oriente e in Occidente.
L’ordine appare identico per tutti, ma non la numerazione, che risulta inferiore di un’unità in queste versioni, poiché i salmi 9 e 10 del Testo Masoretico sono uniti in uno solo nei LXX e nella Volgata (la differenza è in genere indicata tra parentesi). Così dicasi per il 114 e il 115 (riuniti nel 113), mentre laddove il Testo Masoretico ne riporta uno (116 e 147) il greco e il latino ne presentano due (114-115 e 146-147).
Il Salterio appare diviso in cinque libri (si presume che tale divisione sia anteriore al terzo secolo a.C.), forse ad imitazione del Pentateuco di Mosè, separati da brevi dossologie. Tuttavia già in tempi precedenti dovettero esistere tre raccolte più ampie, indicate dai critici come Jahvistiche (due parti) e Elohistica (una), in base al nome adoperato per designare la divinità (Jahvè o Elohim), risalenti al periodo precedente il 586 a.C. la prima, e dopo il 539 a.C. la seconda. A parte alcune discordanze dipendenti dalla versione esaminata, dell’intera serie dei salmi oltre sessanta vengono attribuiti al re Davide (73 nel T.M. e 85 nella Volg. – Da notare che a causa del ruolo dominante e della collocazione iniziale di gran parte dei suoi salmi, Davide passò nella tradizione giudaica e cristiana come unico autore), dodici ad Asaf, undici ai figli di Core, due a Salomone, uno a Heman e uno a Ethan. I rimanenti sono considerati anonimi.
Questa forma canonica del salterio s’impose tuttavia definitivamente molto tardi e non senza difficoltà (tardo X sec. d.C.). Il Salterio Copto comprende, infatti, 151 salmi, mentre l’antica versione siriana ne enumera ben 155. Le scoperte del Mar Morto hanno infine restituito l’originale ebraico del salmo 151 greco e i due ultimi della raccolta siriana. Questi particolari, pur senza togliere niente al valore complessivo dell’intero salterio, farebbero pensare alla possibilità di raccolte originariamente più complete o comunque ad un numero maggiore di salmi rispetto a quanto ufficialmente stabilito.
Il rapporto del salmo con il culto e il carattere liturgico dell’intero salterio appaiono evidenti e storicamente inconfutabili già nell’interno della tradizione religiosa ebraica. Molti riportano esplicite indicazioni a feste o riti particolari, altri si riferiscono alla liturgia del Tempio, o risultano dedicati ai pellegrinaggi, a particolari ricorrenze o a giorni specifici della settimana.
L’esplicito uso liturgico o l’accostamento a precise cerimonie o funzioni, fu adottato e ampiamente sviluppato dalla Chiesa cristiana, non solo nei testi canonici della liturgia, ma anche nelle opere riservate al culto e alle preghiere individuali o collettive. Vari riti, orazioni, benedizioni, terminavano o erano integrati dall’uso di salmi appropriati.
L’esempio migliore di cui disponiamo è costituito con ogni probabilità dal celebre “Rituale Romanum” del pontefice Paolo V (1605-1621). In questo interessantissimo testo fondamentale della rituaria cattolica “in quo, quale Parochis ad administrationem Sacramentum, Benedictiones et Conjurationes necessaria consentur, accurate sunt posita”, i salmi assumono un ruolo tuttaltro che marginale e ricevono la giusta collocazione nel contesto liturgico di primo piano riservato all’amministrazione di diversi sacramenti, alla visitazione e cura degli infermi, all’assistenza ai morenti, nell’officio dei defunti, nelle benedizioni, nelle preghiere e nelle processioni. Una parte considerevole dell’opera è dedicata alla soluzione dei problemi di vario ordine, o rivolta a interventi specifici riguardanti i casi di estrema necessità, mentre un’intera sezione è riservata alla pratica esorcistica. Il capitolo relativo, “De Exorcizandis Obsessis”, è ampiamente sostenuto dalla recitazione di sette salmi che costituiscono l’ossatura del testo esorcistico di base.
Nel tempo, l’accostamento del salterio a speciali preghiere, orazioni e benedizioni o l’utilizzazione di ogni singolo salmo per finalità di ordine liturgico e non, si è sviluppato e consolidato contribuendo a formare una tradizione a se stante, imperniata essenzialmente nella applicazione delle specifiche virtù dei salmi non più adattati a un contesto liturgico variamente articolato, bensì considerati come unico elemento rituario agente autonomamente e dotato di valori e caratteristiche peculiari. Il passaggio della pratica relativa ai salmi da un ambito di dominio quasi esclusivamente religioso e liturgico, a un terreno mistico e “magico”, esteso a un terreno d’azione più vasta, non priva di aspetti eterodossi (comprendenti finalità di impronta esoterica) e di componenti profane, è stato graduale e complesso.
La tradizione cristiana, relativa all’uso dei salmi per finalità trascendenti l’aspetto mistico e cultuale, ebbe un impulso decisivo agli inizi del secolo, grazie soprattutto all’opera dell’Abate Julio, arcivescovo della Chiesa Cattolica Francese, il quale riunì ed espose organicamente in alcuni volumi l’intera raccolta dei salmi, descrivendone estesamente significati e virtù. Monsignor Julien-Ernest Houssay (1844-1912), divenuto celebre con il nome di “Abbè Julio”, visse a stretto contatto con il fertile ed eclettico ambiente occultistico parigino del primo ’900, lasciando una serie di opere di carattere magico-religioso estremamente interessanti e la testimonianza di un elenco innumerevole di guarigioni prodigiose che spinse alcuni biografi a definirlo “il maestro dei miracoli”. Il suo profilo meriterebbe un capitolo a parte, solo per evidenziarne il generoso e coerente impegno dottrinale e l’originale metodo operativo che gli consentiva di coniugare l’antica tradizione cristiana con gli aspetti più luminosi e creativi delle dottrine occultistiche, con speciale riferimento alle possibilità terapeutiche. Ma i punti di merito che in questa sede desideriamo sottolineare sono essenzialmente due e si imperniano in primo luogo sulla attenta e meticolosa valorizzazione delle prerogative occulte dei salmi, alla quale è da attribuirsi gran parte dell’incremento della rituaria magica ed esoterica basata sui medesimi, tutt’oggi in pieno sviluppo. Di non minore importanza è da ritenersi inoltre la capillare azione di ricerca e di recupero dei testi più antichi e preziosi relativi alle pratiche religiose tradizionali in gran parte disperse o “dimenticate” in un buon numero di sacramentari, breviari, rituali, manuali di esorcismi o libri di preghiere e benedizionali più o meno canonici, apparsi prevalentemente tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo.
Osserviamo per inciso che lo stesso R. Ambelain, noto e apprezzato esoterista francese, nonché autorevole biografo ed estimatore dell’Ab. Julio, tiene ad evidenziare questo significativo particolare: “Noi conosciamo molti sacerdoti e monaci che, non riuscendo più a reperire testi esorcistici, sono dovuti ricorrere alle opere dell’Abbè Julio”. E la nota vale ancora ai nostri giorni, anche per l’Italia. Se l’Abate Julio può essere considerato per molti aspetti il maggior esponente di una sorta di trait d’union tra due forme d’interpretazione dei salmi, la mistica o religiosa da una parte e l’occultistica e magica dall’altra, non dobbiamo dimenticare che parallelamente alla prima corrente si è sviluppata nel corso del tempo una tradizione esoterica – nascosta o segreta per ovvi motivi – che ha potuto perpetuare un corpus dottrinale prezioso quanto antico, comprendente la conoscenza e la “chiave” reale del valore e del potere dei salmi. Echi di tale conoscenza, filtrati dalle inevitabili, periodiche profanazioni, rimangono in opere di carattere cabalistico, magico-cerimoniale ed ermetico. “La Clavicola di Salomone” ad esempio (testo storico di fondamentale importanza, riguardante la magia rituale e talismanica, attribuito dalla leggenda al mitico mago-re), già nelle più antiche versioni greche o ebraiche, riporta una serie di pentacoli contornati da iscrizioni tratte dai versetti dei salmi, riferiti alle finalità o all’impronta planetaria della figura talismanica, o della sua specifica virtù. Vari “Libri del Comando” (come a esempio alcune versioni del 6° e 7° Libro di Mosè, numerosi manoscritti di Cabala Divina e Angelica, la Magia Suprema di David, Il Libro del Potere, l’Enchiridion di papa Leone III) scampati ai turbini della persecuzione, riportano incantesimi e formule consacratorie relativi all’uso di pentacoli, figure magiche e strumenti cerimoniali, in cui si fa esplicito ricorso alla lettura dei salmi. Ma la tradizione esoterica relativa ai salmi ha mantenuto la propria vitalità soprattutto all’interno delle maggiori scuole iniziatiche occidentali, caratterizzandone la rituaria interna.
L’Ordine Marinista e la Chiesa Gnostica, la “Myriam” di Kremmerz, l’Ordine Eudiaco di Durville, varie filiazioni rosacruciane e una parte considerevole della Massoneria – per non citare la galassia di gruppi e formazioni di varia impronta ed estrazione proliferati negli ultimi decenni – basano gran parte della struttura operativa magico-cerimoniale individuale e collettiva sul potere occulto dei salmi. Interi fascicoli concernenti la pratica riservata di organismi ermetici ed esoterici, sono dedicati a esempio all’applicazione terapeutica, propiziatoria e protettiva dei salmi, uniti sovente a specifiche “intelligenze” angeliche. A questo proposito dobbiamo sottolineare che un buon numero delle opere che trattano di magia angelica legata all’uso dei salmi è andato purtroppo perduto e tuttoggi è possibile documentarsi unicamente su rarissimi manoscritti sopravvissuti alla falce del tempo, peraltro sempre più difficili a reperirsi anche nell’antiquariato specializzato. Di questo prezioso patrimonio fa parte l’importante e inedito manoscritto “Cabale Divine” di Lenain, il noto autore dell’interessantissimo volume “La Science Cabalistique”2 (Amiens, 1823); si tratta di un’opera di 326 pagine, redatta sulla base di un precedente manoscritto attribuito a un non meglio identificato Th.Mar.Revu, comprendente la spiegazione delle virtù magiche di ogni singolo salmo, l’orazione, il sigillo dell’angelo preposto, e 311 talismani di vari colori. Di pari interesse e valore, conserviamo nei nostri archivi altri manoscritti, anonimi, tra i quali vogliamo citare “Cabale Divine; on ce trouve renfermé l’origine des 150 psaumes de David avec les divines intelligences et les merveilleuses caracteres – a Paris, 1761”, nel quale, oltre gli specifici attributi del salmi sono esposti i nomi e le cifre delle corrispondenti entità celesti3, così come in altre due opere, “Salmi – per le invocazioni secondo i propri bisogni” e “Scimus te Elim” – Vera Virtù dei Salmi di David Re d’Israello, estratta dagli antichi Cabalisti, e dalla lingua ebraica fedelmente tradotta colle intelligenze e caratteri che ad ogni salmo convengono”, oltre a varie versioni delle più note Clavicole di Salomone.
In anni più vicini a noi R.Ambelain, con il volume “La Cabbale Pratique”, ha cercato di ampliare l’opera del Lenain4 integrandone il testo riguardante le invocazioni angeliche (connesse all’uso dei salmi), con le cifre delle Intelligenze tratte dal manoscritto “Les Vrais Talismans Pentacles et Cercles” del tardo XVII secolo, conservato alla Bibliotheque de l’Arsenal di Parigi5. Ora, se consideriamo che gran parte di questo materiale proviene da testi o insegnamenti dottrinali risalenti con tutta probabilità a qualche secolo indietro – come testimoniano testi di cenacoli ermetici legati alla cultura neoplatonica del periodo umanistico rinascimentale, la cui struttura rituaria appare collegata all’uso dei salmi -  possiamo formulare un’ipotesi cronologica sull’origine della pratica magica ed ermetica unita al salterio, indubbiamente assai lontana nel tempo. Dobbiamo adesso cercare di comprendere il motivo per cui da secoli il salmo è ritenuto elemento attivo di primaria importanza nel contesto magico-operativo tradizionale e componente essenziale di pratiche realizzative (teurgiche, eoniche, talismaniche e cerimoniali) anche di notevole livello qualitativo e di alto spessore esoterico. Su questo importante aspetto possiamo ritenere preziose e illuminanti alcune indicazioni fornite dal Kremmerz, il quale in merito scrive: “Per invocare efficacemente vi sono riti e scongiuri, i latini li chiamavano “carmina”, gli ebrei “salmi”, gli italiani “incanti”. I salmi cosiddetti davidici sono magici e fanno parte del breviario dei preti, come pure sono gran parte dei riti di magia operante dell’evo medio. Il religioso che li brontola, vi dà il senso religioso; l’ermetista che si serve di qualcuno di questi salmi, vi dà la ‘virtù’ insita all’abitudine rituale per la quale fu sempre usato”. In questo passo troviamo una “prima chiave” interpretativa del valore magico dei salmi, riguardante una legge di fisica occulta tanto elementare nella sua apparenza quanto complessa e articolata nella sua profonda realtà e nelle innumerevoli applicazioni.
L’impulso iniziale intelligente fornito a un gesto, a una parola, a un segno, può essere valorizzato, potenziato e dinamizzato in termini di energia occulta dall’azione ripetitiva di tale atto iniziale, nella misura in cui il medesimo assume precisi connotati di esatta corrispondenza con un valore assoluto, ripropone ed estende in progressione matematica la propria impronta originale, stabilizza, moltiplica e accresce nel tempo la carica iniziale (o potenziale di base), secondo l’ampiezza del periodo di attivazione. In pratica, recitando un salmo con intenzioni ermetiche, si attinge a un serbatoio energetico invisibile alimentato da secoli di orazioni e preghiere, che in varia forma e misura hanno contribuito ad accrescerne valori e virtù nel tempo. Per questo motivo, secondo un concetto tradizionale, si ritiene particolarmente valida e attiva la versione latina o ebraica dei salmi, soprattutto se finalizzati a realizzazioni pratiche (o inseriti in un contesto operativo), considerata strutturalmente la più adatta alla applicazione e alla canalizzazione delle corrispondenti energie sottili e probabilmente la sola in grado di garantirne la continuità del valore magnetico. Dobbiamo considerare inoltre, e non come aspetto secondario, l’azione fonetica e il “potere” ritmico, o “musicale”, della recitazione, che incidono sensibilmente nella dinamica operativa. Abbiamo infatti già osservato che la fonte etimologica del salmo coincide con il nome di un caratteristico strumento adoperato per accompagnarne la recitazione cantata, e in questo preciso particolare troviamo un’interessante analogia con il termine “incantesimo”, da “incantatio” che chiaramente induce a riflettere. Ancora oggi ricorriamo al verbo “salmodiare” per indicare una forma di recitazione cantilenata, simile al ritmo monotono e cadenzato di una preghiera. Leggiamo insieme a questo proposito il significativo commento del Kremmerz: “Il mistero della parola e dei suoni in magia è profondo. Le vibrazioni che mettono in movimento l’etere nel mondo della materia sottilissima sono ritmiche per loro natura. La matematica sublime contiene le chiavi delle serie e dei rapporti tra le vibrazioni generate dalla volontà e la ripercussione dell’atto volitivo dall’etere sul mondo sensibile e visibile.
Le parole sono articolazioni di note musicale emesse dalla bocca, il cui suono viene modulato a volontà. Ogni nota rispondendo a una sillaba o ad una lettera ha un valore vibratorio sull’etere. Certi suoni emessi in modo speciale, agiscono potentemente sulla psiche umana, come la calamita sul ferro. Dunque la parola o il suono ritmico ha un’azione energica e sensibile sulle cose vive. Queste parole potenti sono canti e emissioni di articolazioni di volontà. Animate o no da idee concrete, queste parole sono tanto più potenti quanto hanno di magnetismo fissatovi dagli altri operatori e per quanto rispondono con suoni alle idee che si vogliono risvegliare”. Il quadro potrebbe essere infine ulteriormente e utilmente integrato dall’esposizione del significato dei segni e delle cifre, o caratteri magici, delle “Intelligenze” (meglio conosciute come angeli, geni o entità invisibili), preposte secondo la tradizione esoterica ad ogni singolo salmo, così come risulta dalle maggiori opere pubblicate sul tema e dagli antichi manoscritti di “magia divina e angelica” o di cabala operativa, già citati. Ma questo aspetto, peraltro vastissimo, merita necessariamente un’analisi a parte, che proporremo prossimamente.
di Pier Luca Pierini R.
Fonte:  Giuliano Kremmerz
Note:
Tratto da ELIXIR n° 10, con il permesso delle Edizioni Rebis.
1  L’ipotesi peraltro mi fu personalmente e ampiamente confermata dal noto studioso Boris de Rachewiltz.
2 La trad. italiana dell’opera è stata pubblicata con il titolo “La Magia Divina” dalle Ed.Rebis.
3  L’annotazione “Liber prohibitus”, apposta sulla prima pagina da mano diversa rispetto all’autore del manoscritto, la dice lunga sul giudizio e la considerazione delle quali godeva tale genere di opere in quel periodo.
4  Il Lenain in realtà non volle di proposito pubblicare anche le cifre, che consegnava rigorosamente e riservatamente a parte, unicamente ai propri discepoli
5  Queste cifre sono state riportate anche nella traduzione italiana “fuori commercio” dell’opera, curata nel 1984 da M.Bottazzi e dal suo gruppo, e in altri testi, tra i quali il mio “La Magia Astrale degli Angeli” (nella prima delle tre serie di cifre pubblicate nel libro), per il quale ho utilizzato tuttavia un altro manoscritto magico del VXII sec. La loro natura e il loro uso, oggettivamente controversi, costituiscono ancora oggi motivo di dibattito in alcuni ambienti esoterici o pseudo tali, parte dei quali vorrebbero attribuirgli aspetti e risvolti oscuri e pericolosi, o addirittura un’impronta demoniaca, “come tutti i libri conservati nella Bibliotheque de l’Arsenal”. A parte il fatto che chi lancia simili drammatiche accuse evidentemente non conosce né quella gloriosa biblioteca, né, tantomeno, i libri e i manoscritti, alcuni dei quali vere e proprie opere d’arte, che vi erano conservati, noi stessi possiamo tranquillamente testimoniare che in tanti anni di pratica diretta da parte di moltissime persone che hanno voluto sperimentarne l’efficacia, mai e sottolineo mai, abbiamo riscontrato un solo caso in cui si fosse verificato alcun genere di problema o di effetto nefasto, mentre al contrario, si sono rilevati numerosi episodi con esiti positivi e felici. Può darsi che qualcuno abbia avuto in passato risultati deludenti o negativi, come non di rado accade in ambito magico operativo quando i presupposti non sono corretti, ma occorrerebbe a questo punto domandarsi il perché, ovvero qual è stata la reale motivazione interiore (la purezza d’intenti richiesta nei testi di magia angelica ed eonica) che ha spinto l’operatore a “chiamare” o  “evocare” un’entità geniale che corrisponde – sovente si dimentica – a un angelo. Come i maestri ammoniscono, è evidente che se si pretende di piegare la volontà di un angelo o genio ai propri interessi egoistici o volgari, è molto probabile che si manifesti la controparte sinistra e oscura. E la risposta in questo caso non può che essere adeguata.

Santo del giorno 7 giugno


San Roberto di Newminster Abate cistercense


Nacque a Gargrave nella contea di York verso la fine dell'XI secolo. Rientrato in Inghilterra da Parigi dove aveva frequentato l'Università venne ordinato sacerdote e inviato come parroco nella natìa Gargrave. Attratto dalla vita contemplativa entrò nell'abbazia benedettina di Whitby per poi unirsi a un gruppo di monaci guidati dal priore Riccardo che avevano fondato una comunità a Fountains nel nord della diocesi di York. Quattro anni dopo venne fondata una nuova abbazia a Newminster in Northumbria la cui guida fu affidata a Roberto. In breve la comunità si allargò dando vita ad altri tre monasteri: a Pipewell, Roche e Sawley. Insieme all'austerità e alla mortificazione, Roberto si distinse per il dono della profezia. Una volta durante la Messa avvertì che una nave era naufragata poco lontano e inviò i suoi monaci a prestare soccorso e seppellire i morti. Ammalatisi, morì nel 1159, circondato dai confratelli e dopo aver ricevuto i Sacramenti. (Avvenire)
Etimologia: Roberto = splendente di gloria, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Newminster nella Northumbria in Inghilterra, san Roberto, abate, dell’Ordine Cistercense, che, desideroso di povertà e di preghiera, fondò in questo luogo insieme ad altri dodici compagni un monastero, dal quale germogliarono in breve tempo tre famiglie di monaci.






S. Roberto, nacque a Gargrave nella contea di York, verso la fine dell’XI secolo, dopo aver compiuto gli studi, fu inviato all’Università di Parigi, rientrato in Inghilterra, venne ordinato sacerdote, venendogli affidata la parrocchia della natia Gargrave.
Ma ben presto, desideroso di una vita più contemplativa, lasciò la parrocchia per divenire benedettino nella vicina abbazia di Whitby.
In seguito avendo saputo della fama di santità che circondava un gruppo di monaci, che avevano lasciata l’abbazia benedettina di S. Maria di York e guidati dal loro priore Riccardo, avevano fondata l’abbazia di Fountains, nel Nord della diocesi di York, collegandosi all’Ordine Cistercense, Roberto decise di unirsi a questa comunità.
Trascorsi quattro anni ed essendosi ingrandita la comunità, i monaci fondarono un’altra abbazia a Newminster in Northumbria, nella diocesi di Durham, mettendone Roberto come abate; questa abbazia prosperò rapidamente e a sua volta poté allargarsi fondando altri tre monasteri: Pipewell nel 1143, Roche nel 1147 e Sawley nel 1148.
Roberto fondò il monastero infondendo una semplicità conforme ai suoi principi, si distinse per la mortificazione digiunando a pane e acqua per tutta la Quaresima.
Ebbe il dono della profezia, un giorno durante la celebrazione della Messa, avvertì che poco lontano da Whitby, una nave aveva fatto naufragio, così poté riunire i monaci mandandoli a seppellire i naufraghi.
Accusato ingiustamente di dare attenzioni ad una donna abitante nei dintorni dell’abbazia, andò da s. Bernardo per discolparsi, ma non ce ne fu bisogno, perché il santo fondatore aveva avuto una rivelazione celeste sulla sua innocenza; si instaurò fra i due una grande amicizia e s. Bernardo gli donò la sua cintura, che si conservava a Newminster e al cui contatto molti malati riacquistavano la salute; conobbe papa Eugenio III nel 1147, durante il suo passaggio in Francia, il quale lo accolse con onore e lo raccomandò al vescovo di Durham, nella cui diocesi sorgeva l’abbazia di Newminster, a sua volta il vescovo donò all’abbazia la contrada di Wolsingham.
Nel 1159, volle portare il suo ultimo saluto, sentendo avvicinarsi la sua fine, all’eremita Godrico, che conosciutolo a Whitby, erano rimasti molto amici.
Due giorni dopo il 21 maggio si ammalò, morendo il 6 giugno 1159, dopo aver ricevuto i Sacramenti e circondato dai suoi monaci; il suo corpo fu deposto nella chiesa dell’abbazia, in una tomba di marmo.
È celebrato ogni anno a Newminster il 7 giugno, data in cui è riportato anche dal ‘Martirologio Romano’.  



 

giovedì 6 giugno 2013

Santo del giorno 6 giugno


San Norberto Vescovo






San Norberto è il fondatore, nel 1121, di un antico ordine monastico, che però si dedicò anche all'evangelizzazione "ad extra", anticipando così l'avvento degli ordini mendicanti: i Premostratensi. Il nome viene dalla valle francese di Prémontré, nei pressi di Laon, dove il santo si era fermato insieme ad alcuni compagni. Norberto era nato a Xanten, in Germania, tra il 1080 e il 1085. Fece vita mondana, ma poi un evento lo sconvolse e lo indusse a cambiare. Un fulmine gli cadde vicino, per fortuna solo tramortendolo. Divenne prete, fondò l'ordine - che presto si diffuse in Europa e anche in Palestina - dal 1126 fu vescovo di Magdeburgo. Morì nel 1134 ed è santo dal 1582. (Avvenire)
Etimologia: Norberto = uomo illustre del settentrione, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: San Norberto, vescovo, che, uomo di austeri costumi e tutto dedito all’unione con Dio e alla predicazione del Vangelo, vicino a Laon in Francia istituì l’Ordine dei Canonici regolari Premostratensi; divenuto poi vescovo di Magdeburgo in Sassonia, in Germania, rinnovò la vita cristiana e si adoperò per diffondere la fede tra le popolazioni vicine.




Uno dei santi patroni delle partorienti è un tedesco, ancorché proveniente da una regione oggi appartenente all’Olanda. Fu arcivescovo di Magdeburgo, capoluogo della Sassonia-Anhalt, sulle rive dell’Elba ad una cinquantina di chilometri a nord-ovest della città di Lutero. Si tratta di San Norberto, l’“illustre del Nord”, nato nel 1085 . Morto nel 1134 nella città sassone, venne traslato poi nel 1627 nella chiesa del cenobio dei Canonici Premostratensi a Strahow nella città di Praga. Sulla scia gregoriana egli fu un grande riformatore e fondò un Ordine religioso nuovo a Premontré in Francia, da cui la denominazione di premostratense. Norberto si meritò, fra l’altro, lo splendido attributo di “angelo della pace”. La ricorrenza liturgica rimane quasi dovunque il 6 giugno, il dies natalis.
  Il suo patronato nel riguardi delle donne durante il parto potrebbe risalire ad un secondo parto che lo riguarda e dal quale egli iniziò una nuova vita, dopo i primi trent’anni passati senza avvertire particolari preoccupazioni morali né entusiasmi religiosi. Vuole infatti la leggenda che la sua conversione sostanziale, in quanto già sacerdote, sia avvenuta in modo simile a quella di San Paolo sulla via di Damasco. Colpito nel mezzo di un furioso temporale da un fulmine che stava per ucciderlo, Norberto cadde a terra, accecato ed assordato, mentre il cavallo, sul quale viaggiava, fuggiva terrorizzato. Pensando che il tutto fosse voce e mano di Dio, egli abbandonò i precedenti intrighi nella corte imperiale. Si fece monaco benedettino e intraprese un cammino intensamente religioso e fertile, andando a predicare in Germania, Belgio e Francia nonché agendo da indefesso pacificatore in un tempo di gravi lotte politiche e civili.
  Norberto diventava in sostanza un predicatore ambulante o Wanderprediger, cioè uno di quegli uomini che avevano scelto di aderire totalmente a Cristo, peregrinando per le varie regioni per insegnare, con l’esempio e con la parola, una via spirituale nuova di distacco dalle vanità del mondo. Fondato l’Ordine, cui sopra si è accennato, che proponeva la regola di Sant’Agostino (354-430) unita ai motivi benedettini del lavoro e della contemplazione, si attivò per la sua diffusione. Lui ed i suoi compagni e compagne, che vivevano, sia pure separati, nello stesso complesso monastico, andavano però incontro a qualche rischio di errori dogmatici e morali. Fu perciò intenso il lavoro di correzione da parte di Norberto e il suo sforzo notevole nell’ottenere il riconoscimento papale.
  Indicato a Speyer, quasi casualmente, arcivescovo di Magdeburgo e confermato tale dal papa Onorio II, il santo intraprese una vivace opera di evangelizzazione dei Wendi, popolazione pagana delle regioni orientali della Germania. Nello stesso tempo esercitò fino alla morte un proficuo impegno pastorale, inserendosi altresì come efficace mediatore tra l’imperatore Lotario e il nuovo papa Innocenzo II al fine di superare i gravi contrasti insorti circa il problema delle investiture degli uffici ecclesiastici.


 

mercoledì 5 giugno 2013

Santo del giorno 5 giugno


San Bonifacio Vescovo e martire


Senza l'opera missionaria di Bonifacio non sarebbe stata possibile l'organizzazione politica e sociale europea di Carlo Magno. Bonifacio o Winfrid sembra appartenesse a una nobile famiglia inglese del Devonshire, dove nacque nel 673 (o 680). Professò la regola monastica nell'abbazia di Exeter e di Nurslig, prima di dare inizio all'evangelizzazione delle popolazioni germaniche oltre il Reno. Dopo le prime difficoltà in tre anni percorse gran parte del territorio germanico. Convocato a Roma, ebbe dal papa l'ordinazione episcopale e il nuovo nome di Bonifacio. Prima di organizzare la Chiesa sulla riva destra del Reno pensò alla fondazione, tra le regioni di Hessen e Turingia, di un'abbazia, che divenisse il centro propulsore della spiritualità e della cultura religiosa della Germania. Nacque così la celebre abbazia di Fulda. Come sede arcivescovile scelse la città di Magonza. Morì nel 754. (Avvenire)
Etimologia: Bonifacio = che ha buona fortuna, dal latino
Emblema: Ascia, Bastone pastorale, Spada con infilzato il libro del vangelo
Martirologio Romano: Memoria di san Bonifacio, vescovo e martire. Monaco di nome Vinfrido, giunto a Roma dall’Inghilterra fu ordinato vescovo dal papa san Gregorio II e, preso il nome di Bonifacio, fu mandato in Germania ad annunciare la fede di Cristo a quelle genti, guadagnando moltitudini alla religione cristiana; resse la sede di Magonza e da ultimo a Dokkum tra i Friosoni, nell’odierna Olanda, trafitto con la spada dalla furia dei pagani, portò a compimento il martirio.
 

Senza l'opera missionaria di S. Bonifacio non sarebbe stata possibile l'organizzazione politica e sociale europea di Carlo Magno. Bonifacio o Winfrid sembra appartenesse a una nobile famiglia inglese del Devonshire, dove nacque nel 673 (o 680). Professò la regola monastica nell'abbazia di Exeter e di Nurslig, prima di dare inizio all'evangelizzazione delle popolazioni germaniche oltre il Reno. Il suo primo tentativo di raggiungere la Frisia andò a vuoto per l'ostilità tra il duca tedesco Radbod e Carlo Martello. Winfrid compì allora il pellegrinaggio a Roma per pregare sulle tombe dei martiri e avere la benedizione del papa. S. Gregorio II ne assecondò lo slancio missionario e Winfrid ripartì per la Germania. Sostò nella Turingia, quindi raggiunse la Frisia, appena assoggettata dai Franchi, e vi operò le prime conversioni. In tre anni percorse gran parte del territorio germanico.
Anche i Sassoni risposero con entusiasmo alla sua predicazione. Convocato a Roma, ebbe dal papa l'ordinazione episcopale e il nuovo nome di Bonifacio. Durante il viaggio di ritorno in Germania in un bosco di Hessen fece abbattere una gigantesca quercia alla quale le popolazioni pagane attribuivano magici poteri perché ritenuta sede di un dio. Quel gesto fu ritenuto una vera sfida alla divinità e i pagani accorsero per assistere alla vendetta del dio offeso. Bonifacio ne approfittò per recare loro il messaggio evangelico. Ai piedi della quercia abbattuta eresse la prima chiesa dedicata a S. Pietro.
Prima di organizzare la Chiesa sulla riva destra del Reno pensò alla fondazione, tra le regioni di Hessen e Turingia, di un'abbazia, che divenisse il centro propulsore della spiritualità e della cultura religiosa della Germania. Nacque così la celebre abbazia di Fulda, paragonabile per attività e prestigio alla benedettina Montecassino. Come sede arcivescovile scelse la città di Magonza, ma espresse il desiderio di essere sepolto a Fulda.
Già vecchio, eppur infaticabile, ripartì per la Frigia. Lo accompagnavano una cinquantina di monaci. Il 5 giugno 754 aveva dato l'appuntamento presso Dokkum a un gruppo di catecumeni. Era il giorno di Pentecoste; all'inizio della celebrazione della Messa i missionari vennero assaliti da un gruppo di Frisoni armati di spade. "Non temete - disse Bonifacio ai compagni - tutte le armi di questo mondo non possono uccidere la nostra anima". Quando la spada di un infedele si abbatté sul suo capo, cercò di ripararsi coprendosi con l'Evangeliario. Ma il fendente sfregiò il libro e mozzò il capo del martire.
Fu il fondatore dell'abbazia di Fulda (Germania), dove è sepolto.


Autore: Piero Bargellini


La Numerologia è un incredibile strumento in grado di decifrare l’uomo, i suoi meccanismi profondi, i suoi cicli personali.